di Luca Burei
Ci sono giornate che iniziano male e continuano peggio tra sfighe, incomprensioni, errori, discussioni, guasti, ritardi, spese, incazzature in un crescendo che pare non debba finire mai.
Sedendomi al tavolo che ho prenotato, mi aspetto, quindi, che anche lì, dove ho già mangiato bene, succederà qualcosa che mi farà andar di traverso la cena. Magari lo chef è malato, la birra calda, il servizio lento, i dolci dozzinali, il conto salato, i vicini di tavolo fastidiosi, un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette…

Sto coi nevi tesi, eppure la birra arriva non solo fredda, ma anche in un boccale freddo da frigo, lo chef pare in cucina, il servizio è accogliente come al solito e il menu invitante, per ciò che è scritto e per i piatti del giorno detti a voce, e dalla vetrina occhieggia un tris di dolci che se son buoni come belli non tutto è perduto.
Sarebbe forse meglio andare su piatti già provati, tipo la squisita tamagoyaki, tipica frittata giapponese eseguita alla perfezione, oppure le tsokune di pollo, polpettine da street food, o ancora il divertente e saporito tori kaarage, versione orientale dei chicken nuggets. Ma ho bisogno di qualcosa di più spinto.

E nonostante mi stessi quasi pentendo della scelta ad alto tasso di probabile delusione, quando arriva l’ostrica cotta nella salsa ponzu e burro di isigny, mi ritrovo a succhiare il sughetto dalla valva manco fosse un leccalecca per adulti. E lo stesso faccio, leccandomi le dita, con il sauté di vongole al sake: belle, cicciotte, saporite, deliziose, calde al punto giusto. Il bon ton lo vieta, ma m’attacco alla ciotola e bevo il brodetto rimasto tra le occhiate scandalizzate delle vicine di tavolo (quelle ci stanno e mi guardano assai male).
Così è anche per la soba di noodles di grano saraceno con petto d’anatra, che segue e diventa un abbraccio atteso e gradito, e per l’unagidon, uno dei miei piatti rifugio in tutti i ristoranti giapponesi del mondo.
In questo piccolo ristorante di cucina washoku (la cucina tradizionale giapponese che punta sulla stagionalità e una presentazione estetica essenziale), nel quartiere Prati a Roma, si svela con carattere e, al contempo, equilibrio.

Mi rilasso, cambio umore, sorrido e aspetto i dolci, perché i dolci sono un punto di forza.
Paola Mazzeo (pastry chef), insieme al marito Wataru Izumo (chef), dopo aver portato un angolo d’Italia in Giappone con il loro ristorante La Tappa Fissa a Tokyo, ha riportato in Italia con Kou Kou, un Giappone diverso.
È lei a raccontarmi le sue preparazioni odierne: come sempre, escono dall’ordinario unendo un’idea di patisserie francese a ingredienti orientali. Ad esempio, l’inconsueto e buonissimo Paris-Brest ai semi di sesamo o la deliziosa cheese cake basca al miso che prendo e mi verrebbe da riprendere.
Chiudo con il sake, proposto con una scelta varia, competente e curiosa, e perfino frizzante. Mi consigliano il Macho Aiyama 80 a temperatura ambiente che mi conquista non tanto per il riso aiyama al 80% di pulitura o per la sua tagliente dolcezza, ma per la creativa etichetta (il che fa capire che io di sake ci capisco poco).
Dunque, non ci vuole molto per farti svoltare la giornata: un piccolo locale arredato semplicemente e con gusto minimale, gentilezza e competenza di chi ti serve, creatività e bravura in cucina (a vista), ingredienti scelti con cura facendoli venire perfino dal Giappone, menù intrigante e vario che accontenta anche chi non se la sente di abbandonare il pesce crudo.
Il tutto per 40/50 euro a testa…
…e un plus: quel pensiero che ti coglie uscendo che, alla prossima giornata di merda, sai dove andare per farti scordare tutto.
Kou Kou
via Monte Pertica 41
ROMA