Ristoranti childfree: vietare l’accesso ai bambini è discriminazione?

bambini al ristorante

di Regina

C’è stato un giorno in cui un essere umano particolarmente impavido (o forse solo esasperato) ha scelto di esporre un cartello anti-bambino alla porta del suo ristorante. Da lì, l’effetto domino: locali che si dichiarano child-free, menu con supplemento per bambini maleducati, ristoratori che (guarda caso) “non hanno più tavoli disponibili” per chi mangia in compagnia di minori. Eppure una domanda sorge spontanea anche a me, vecchia triceràtopa in via d’estinzione: ma si può davvero vietare l’ingresso ai cuccioli d’uomo senza infrangere qualche regola?

La questione non è solo di decibel o di purè rovesciato. Qui si gioca su piani scivolosi: la convivenza sociale, il diritto d’accesso, la sicurezza, l’etica commerciale e – ça va sans dire – la pazienza degli altri clienti.

Child-free zone: una tendenza in crescita

Come molte mode che mi lasciano perplessa, anche questa è nata oltreoceano. Negli Stati Uniti, alcuni ristoratori hanno deciso di chiudere la porta in faccia ai bambini per salvaguardare l’esperienza culinaria. Immaginate un’atmosfera soffusa, piatti che sembrano opere d’arte e nessuna vocina urlante a spezzare l’idillio.

E la tendenza è arrivata pian piano in Europa e anche in Italia, dove la domenica al ristorante con prole urlante è praticamente patrimonio immateriale dell’umanità. Alcuni locali hanno cominciato a inserire, tra una tartare e una uovo alla carbonara cotto a bassa temperatura, frasi tipo: “Ambiente non adatto ai bambini”. Un modo carino per dire: “Non vogliamo seggioloni tra i piedi”.

Rumore e sicurezza

Parliamoci chiaro: i bambini annoiati che si alzano e corrono, possono provocare incidenti e inoltre fanno rumore. È il loro mestiere. Piangono, rovesciano bicchieri e fanno domande ad alta voce (molto spesso imbarazzanti).

Ma non solo: se lasciati allo stato brado, sono un rischio concreto per sé stessi e per i camerieri che, con piatti bollenti da tenere in bilico, devono già schivare clienti distratti e borse lasciate a terra. E non dimentichiamoci che, in caso di danni o infortuni, la responsabilità ricade sul ristoratore, anche quando la colpa è della leggerezza altrui. Oltre al fastidio e al rumore, dunque, c’è in gioco la sicurezza, e quella sì che è una scocciatura legale.

Certo, se parliamo solamente di fastidio, forse la nostra soglia di tolleranza si è assottigliata un po’ troppo. I bambini sono imprevedibili e l’imprevedibilità fa paura a chi vorrebbe un’esperienza da copertina Instagram. Eppure, secondo psicologi e antropologi, proprio la convivenza con l’imprevisto alimenta la nostra empatia e il senso di comunità. Sì, anche quando un nano umano ti lancia una patatina addosso mentre bevi il tuo calice di Barolo.

Il rovescio della medaglia? Genitori esausti che cercano disperatamente un’uscita, camerieri che diventano educatori e ristoratori che si improvvisano giudici di pace.

La legge cosa dice?

Ecco il punto: il ristoratore può pure desiderare ardentemente un ristorante child-free, ma la legge italiana gli mette un freno. Secondo l’art. 187 del Regio Decreto n. 635 del 1940, un esercente non può rifiutare l’accesso a un locale pubblico a un cliente pagante senza un motivo legittimo. E l’età del cliente non è un motivo legittimo.

Il rifiuto può costare caro: da 516 a 3098 euro di sanzione. Inoltre, non si può aprire un ristorante dichiaratamente child-free. Al massimo, si può giocare di diplomazia e inserire raccomandazioni del tipo: “Ambiente tranquillo, ideale per coppie”.

Ma se una famiglia entra e si siede, il titolare può invitare all’uscita solo se il pargolo sta sfasciando i tavoli o trasformando il ristorante in un piccolo Jurassic Park.

Del resto, tanto per la legge quanto per sociologi e studiosi del comportamento collettivo, escludere i bambini significa discriminare. Sì, proprio così: si esclude dalla fruizione di uno spazio pubblico una parte della popolazione in base a una caratteristica personale – l’età – come se fosse una minoranza scomoda da emarginare. E se la definizione suona forte è perché lo è davvero. Un ristorante è un servizio pubblico, e come tale dovrebbe rispecchiare la varietà e la complessità del vivere sociale. Soprattutto quando chi viene escluso non ha neppure la facoltà legale di prenotare da solo un tavolo.

L’unico divieto legale valido? Quello sugli alcolici ai minori di 18 anni.

Etica e marketing: è davvero una mossa intelligente?

Ora parliamo di immagine. Dire “niente bambini” può attirare certi clienti, ma allontana irrimediabilmente un’intera fascia di popolazione che esce, mangia, consuma, paga e – cosa non da poco – fa passaparola.

Alcuni esperti di marketing parlano di posizionamento esclusivo, di scelta identitaria. Ma nei casi peggiori si rischia il linciaggio mediatico, le recensioni a una stella e l’effetto boomerang. Altri ristoratori, più saggi, hanno scelto la via dell’accoglienza intelligente: zone bimbi, menù pensati per i più piccoli, laboratori mentre mamma e papà mangiano in pace.

Alla fine della fiera, molto – anzi, quasi tutto – si gioca sul fronte dell’educazione. Un bambino che sa stare a tavola, che viene coinvolto nella ritualità del mangiare fuori e a cui si insegna che il ristorante non è un parco giochi, difficilmente diventerà il terrore dei camerieri o l’incubo dei tavoli vicini. E no, non serve essere genitori modello: basta un po’ di coerenza, qualche regola chiara e l’ardita impresa di tenere un tablet spento per più di sette minuti.

Se cresciamo piccoli umani consapevoli e rispettosi, i cartelli child-free si autodistruggeranno per noia.

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