Lo ripetiamo: ma davvero in Italia si mangiavano i gatti? Ogni tanto qualcuno fa una battuta a riguardo e viene da porsi questa domanda.
Argomento che, tra l’altro, è valsa la carriera televisiva al compianto Beppe Bigazzi, che durante la puntata di un programma culinario della RAI, davanti alla tanto imbarazzata quanto disgustata presentatrice, non solo ha confermato che in Italia si mangiavano i gatti, ma ne ha anche elogiato consistenza e sapore della carne.
E ancora il detto toscano: “A Berlingaccio chi non ha ciccia ammazza il gatto”, che parafrasato significa: “Il giovedì grasso chi non ha più carne mangia il gatto”.
Ma cosa c’è di vero in tutto ciò? Veramente in Italia ci mangiavamo i gatti, o si tratta solo di leggende metropolitane?
In tempi di guerra non si butta via niente…
Ebbene sì, ve lo diciamo subito: in Italia si mangiavano i gatti.
Si parla di un contesto storico caratterizzato da povertà e scarsità, da guerre e molta fame. Tra fine Ottocento e prima metà del Novecento la crisi economica italiana ha portato condizioni di vita estremamente difficili. Mangiare era una necessità e, in questo scenario, animali che oggi consideriamo da compagnia, come i gatti, diventavano l’unico modo di sopravvivere.
E come dicono i latini: Mors tua vita mea. Anche se in questo caso sarebbe meglio dire: Mors tua vita miao!
Le antiche tradizioni culinarie italiane

Il consumo del gatto è localizzato principalmente nell’area vicentina, in cui sono presenti soprattutto racconti locali, sfottò e narrazioni di tempi passati.
A sottolineare l’orgoglio vicentino, esiste un detto veneto che dice: “Vicentini magna gatti” (i Vicentini mangiano i gatti). Si dice che dalle parti di Vicenza, se si conosce il proprietario, sia ancora possibile farsi preparare un buon gatto in umido.
Sembra però più una favola che realtà, in diversi hanno infatti provato a cercare il famoso e spietato ristoratore cucina gatti, ma sembrano non esistere davvero più.
Ma d’altronde, se recentemente c’è qualcuno che ha cucinato la nutria, non c’è da stupirsi se ci mangiavamo anche il gatto.
Tracce di piatti a base di gatto si trovano anche in Toscana. E quale modo migliore per parlarne se non citando letteralmente le parole di Beppe Bigazzi?
“Uno dei grandi piatti del Val d’Arno era il gatto in umido, perché la gente non mangia il coniglio, non mangia il pollo, non mangia il piccione, eccetera. Il gatto, tenuto tre giorni nell’acqua corrente veniva fuori con le sue carnine bianche e ti assicuro – io l’ho mangiato tante volte – che è una delizia. Perciò ora ci saranno le lettere dei cosi, le lettere degli amanti della natura. Perché non difendono i conigli? Questi son dei razzisti, va bene, non ha importanza.”
Per la cronaca, da quel momento Beppe Bigazzi non mise più piede in televisione. Ebbene sì: le lettere dei razzisti difendi-conigli sono arrivate.
Capitolo chiuso
E che vuoi farci? Come detto, si parla di un periodo storico estremamente complesso, dove non morire di fame era la quotidianità. Come tutte le tradizioni, qualcosa sarà sopravvissuto anche nel dopoguerra, e non solo in Veneto e in Toscana. Ma fortunatamente molto poco e per molto poco.
Ad oggi si può dire ufficialmente che il consumo di gatto in Italia non esista più e rimanga solo un triste ricordo di tempi difficili.