Immagina la scena. Una pentola che bolle lentamente sul fuoco, nell’aria il profumo di latte di cocco che si mescola a quello delle spezie. Sul tagliere, però, non trovi un pollo ma un pipistrello. Chi legge questo articolo qui in Europa forse sta già rabbrividendo, ma in Indonesia tutto questo altro non è che una ricetta tradizionale. Si chiama Paniki ed è uno dei piatti più particolari della cucina locale, preparato da generazioni nelle case della parte settentrionale dell’isola di Sulawesi, a est del Borneo.
Fino a poco tempo fa a conoscere questa ricetta (carne di pipistrello fritta e speziata oppure stufata in zuppa col latte di cocco) erano solo gli abitanti di questa isola in Indonesia. Poi, durante la pandemia, quella leggera disinformazione che serpeggia sui social l’ha fatta scoprire anche al resto del mondo. D’un tratto, tutti avevano un’opinione sulle origini del contagio e qualcuno iniziò a insinuare che la colpa fosse proprio delle strane abitudini gastronomiche di alcune comunità asiatiche. Ma procediamo con ordine.
Le origini del Paniki
Insolita, è certamente insolita. Assurda pure. Ma se come recita l’antico detto fritto è bono tutto alla fine riusciamo a capire pure questa ricetta. Ma di che si tratta precisamente? Il Paniki è una specialità tradizionale della popolazione Minahasa che vive nella parte settentrionale dell’isola di Sulawesi. Come gran parte delle cucine tradizionali, questa pietanza nasce da una tradizione culinaria abituata nei secoli a servirsi delle risorse disponibili sul territorio, pipistrelli compresi.
Il nome stesso del piatto richiama la materia prima usata: Paniki corrisponde alla parola che nella lingua locale indica il pipistrello. Ancora oggi è considerata una delle specialità più rappresentative della cucina Minahasa. Nei mercati e nei ristoranti dell’isola è ancora possibile trovarla accanto ad altre preparazioni tradizionali.
Come si prepara
Il primo passo per preparare questa pietanza consiste nell’arrostire il pipistrello per eliminare completamente il pelo presente sulla pelle. Tradizionalmente vengono utilizzati soprattutto pipistrelli della frutta, grandi mammiferi volanti diffusi nelle aree tropicali del Sud-est asiatico.
Una volta completata questa operazione, la carne viene cotta insieme a spezie, erbe aromatiche e latte di cocco. A seconda delle ricette e delle tradizioni familiari, possono essere aggiunti curry, pepe e altri ingredienti che contribuiscono a creare un sapore intenso e particolarmente speziato.
Il Paniki può essere servito in modi diversi. In alcune versioni si tratta di una vera e propria zuppa, con pezzi di carne immersi nel brodo arricchito dal latte di cocco. In altre preparazioni il pipistrello viene invece fritto o cotto separatamente e poi condito con spezie e curry.
Chi l’ha assaggiata descrive una carne dal gusto particolarmente forte e deciso. Senza dubbio, non è un piatto pensato per risultare delicato o neutro. La combinazione tra carne, spezie e latte di cocco produce sapori particolarmente intensi, che rappresentano una delle caratteristiche più riconoscibili della cucina Minahasa.
Ma che c’entra con la pandemia?
Per gran parte della sua storia il Paniki è rimasto una specialità locale. Fuori dall’Indonesia quasi nessuno ne aveva mai sentito parlare. Poi, nel 2020, è esplosa la pandemia di Covid-19 che ha attirato l’attenzione globale sui pipistrelli. In quei mesi immagini di mercati asiatici, fotografie di zuppe di pipistrello e articoli dedicati al consumo di questi animali hanno iniziato a circolare sui media e sui social network di tutto il mondo. E tra questi contenuti nel calderone ci è finito anche il Paniki (ovviamente senza contesto né didascalie).
Strano per quasi tutti, normale per qualcuno
In un’epoca in cui qualsiasi piatto insolito finisce trasformato in una challenge o in un video “non crederai a quello che ho mangiato”, il Paniki continua a fare quello che ha sempre fatto: essere una ricetta tradizionale. Sì, perché sicuramente non arriverà nel menu del ristorante sotto casa, ma come molte ricette tradizionali sparse per il mondo, ricorda che ciò che per qualcuno è una curiosità estrema, per qualcun altro è semplicemente cucina di casa.