Molti di voi ricorderanno già Porto Fish & Chips, perché è esistito per circa dodici anni a Via Crescenzio, in zona Prati a Roma. Dopo un’improvvisa chiusura e due anni di attesa, riapre in una nuova sede a via Emilio Faà di Bruno 63, a poche centinaia di metri da quella storica.
Chi mi conosce sa che non amo particolarmente allontanarmi dalla mia zona di discomfort (associare la parola comfort a Centocelle è sicuramente azzardato), ma l’idea di provare un fish and chips – roba rarissima qui in città – ha vinto a mani basse sulla mia proverbiale pigrizia da pitone birmano. Ho infatti un rapporto tormentato con questo piatto tipico della cucina britannica, perché ne ho mangiati di buonissimi (ne ricordo uno clamoroso a Ilfracombe, pittoresco villaggio sulla costa del Devon) ma anche di terrificanti a Londra, più somiglianti a un pesce ratto di fantozziana memoria pescato nel Tamigi che a un merluzzo fresco. E li ho pure pagati cari – 20 sterline circa – neanche li avessero pescati a mani nude nel Canale della Manica.
All’ingresso del ristorante c’è il capitano e proprietario Davide Buccioni, un ex pugile e manager dall’aspetto di uno a cui non daresti mai torto anche quando hai palesemente ragione ma che dispensa invece chiacchiere e simpatia, tanto che potrebbe stare su un palco a fare stand-up comedy. Ma, per evitare un possibile diretto che avrebbe sensibilmente peggiorato il mio già ingombrante profilo da tucano toco, non glielo dico.

Davide racconta che l’idea di Porto nacque tanti anni fa a Marsiglia, dopo un incontro di boxe, quando andò a mangiare nell’area portuale della città francese in un piccolo e informale ristorante dove servivano esclusivamente cartocci di pesce fresco fritto. Da allora, il suo intento è stato quello di ricreare lo stesso tipo di ambiente autentico e conviviale, dove proporre una cucina portuale fatta di piatti semplici e popolari, lontani da prodotti elaborati o troppo ricercati. È interessante poi sentirlo parlare delle sue origini e di come, sorprendentemente, provenga da una famiglia numerosa composta da soli macellai, da diverse generazioni. Il suo passaggio dalle macellerie alle pescherie deve essere stato vissuto come il trasferimento di Roberto Baggio dalla Fiorentina alla Juventus nel 1990.
La nuova sede di Porto, rispetto alla vecchia che poteva raggiungere fino a 600 coperti al giorno, è ridimensionata ma comunque fornita di un dehor piuttosto grande utilizzato tutto l’anno. L’esterno è molto carino ed esotico, ma quando entro nella sala interna ho la sensazione di aver improvvisamente oltrepassato lo Stargate, ritrovandomi catapultato in un ambiente un po’ fighettino e un pizzico asettico (probabilmente gli arredi sono stati ereditati dalla precedente attività).
Il menù
Me ne frego, perché vengo totalmente assorbito dalla lettura del menù, come fossi un membro della giuria del Premio Strega. I 21 piatti proposti, suddivisi in 4 categorie (cartocci, rimorchiatori, scaricatori e sirene), mi provocano uno stato di ipersalivazione paragonabile a quella dello Xenomorfo di Alien.
Naturalmente la prima cosa che voglio testare è, manco a dirlo, il fish and chips. Davanti mi si presenta un bel trancio di merluzzo spesso e dorato come una piastrella di cotto di Iperceramica e rovente come il cofano di una Fiat 1100 nera parcheggiata in autogrill a Ferragosto. Per evitare un’ustione di terzo grado (tipo Fantozzi alla cena della Contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare), dopo aver assaggiato i pomodorini di guarnizione, aspetto con impazienza qualche minuto prima di addentarlo. Al taglio la pastella risulta super croccante e il pesce, ora a temperatura godibile, fresco e delicato. Ad accompagnare, la salsa agrodolce fatta in casa è squisita e le sottili chips di patate sono asciutte e friabili. Tiro un sospiro di sollievo: non dovrò tornare nel Devon per mangiare un ottimo fish and chips.

A cuore più leggero posso iniziare a gustare anche gli altri fritti: le alici con paprika e lime e Romanità – ovvero calamari, alici, carciofi e salvia – mantengono alto il livello di qualità e, ovviamente, dell’ipercolesterolemia. In particolare, ho gradito i moscardini fritti con zucchine alla scapece e aceto balsamico, tanto che ne avrei ordinato un container navale da asporto. L’insalata di mare – con sedano, carote e olive taggiasche – è la parentesi sgrassante, una sorta di passata di Chanteclair sulla parete gastrica che chiude la notevolissima categoria dei cartocci.

Si passa ora alla categoria rimorchiatori. La parmigiana di mare, con melanzane, pesce spada e menta, è intrigante e merita sicuramente un applauso, sempre che non vi siate bruciati i polpastrelli toccando il coccio rovente in cui è servita. I seguenti Gambi e Mango (gamberi alla piastra con salsa di mango e aceto di mirtilli) invece non convincono. I gamberi sono sommersi dalla salsa – forse non troppo adeguata – fino a soffocarne totalmente il sapore.

La categoria scaricatori, cioè quella dei primi piatti prevalentemente romani rivisitati in chiave marinara, mi incuriosisce come George, la scimmia dei cartoni animati. I tonnarelli cacio e pepe di mare con gamberetti marinati al lime si rivelano una combinazione stravagante ma azzeccata, mentre la carbonara del Porto – con pesce spada, tonno, gamberetti, salmone e zucchine alla julienne – mi lascia un po’ perplesso fin dalla presentazione: i tanti ingredienti mi sembrano poco distinguibili e il condimento troppo consistente e pastoso. Sui classici invece si torna a giganteggiare: il pacchero cozze e pecorino è ben fatto e perfettamente al dente, ma è il risotto alla crema di scampi che mi fa ululare come un dingo, col suo bel colorito mattone acceso e il sapore deciso. Eccellente e ben lontano da quei risotti pallidi degli anni ottanta dove la panna era dominante.

In senso orario da sinistra: risotto crema di scampi, cacio e pepe, paccheri carbonara
Ormai ho lo stomaco teso come un Adidas Trionda – il pallone ufficiale dei Mondiali di calcio 2026 – e preferisco non lasciarmi attrarre, a dispetto del nome, dalla categoria sirene. Per chiudere, a tavola arriva anche una selezione di dolci artigianali. Naturalmente li assaggio tutti e il migliore, secondo me, è la delizia al limone.
Una cena appagante e abbondante, dove le eccellenze restano sicuramente i fritti e dove sul resto si possono sicuramente apportare delle migliorie. Lo stesso Davide parla di una fase di rodaggio e di una costante ricerca di perfezionamento del menù.
Per riportarmi a casa avrei bisogno di un rimorchiatore fatto arrivare direttamente dal porto di Civitavecchia. Diciamo, per restare in tema pugilistico, che non supererei le operazioni di peso. E non è un caso che, salutando Buccioni con la promessa di rivederci presto, mi sia ritornata in mente una vecchia fotografia di Mike Tyson in compagnia di un lottatore di sumo. Ma, per fortuna degli astanti, stasera non indosso il mawashi.
