Te la do io L’Hamerica’s!

Rece Rock

di Alex Giuliani

Questa volta, lo ammetto, la mia imparzialità è stata messa a dura prova. Per me la cucina americana è un po’ come il colore giallo per Lanterna Verde (il supereroe più inutile della storia) o come la Festa di Liberazione per Ignazio La Russa (il presidente del Senato più irritante della storia). Sono stato negli Stati Uniti in tre occasioni e ogni volta che mi sono approcciato alla gastronomia ‘stelle e strisce’ la mia reazione è stata più o meno come quella di Nando Mericoni in ‘Un Americano a Roma’: – “Ammazza che zozzeria… questo lo damo ar gatto, questo ar sorcio e co questo c’ammazziamo le cimici”.

L’ha invece apprezzata molto una famiglia di ristoratori italiani, i Totaro, durante un viaggio negli States tanto da decidere di aprire in Italia tre ristoranti specializzati rispettivamente in burger, pollo e barbecue. Questi poi si sono fusi in un unico concept, United Tastes Of Hamerica’s, che ad oggi conta 27 ristoranti in 17 città italiane. Roba da far impallidire il ricordo dello sbarco degli alleati ad Anzio!

Hamerica’s si trova in via Candia 1, a Roma Nord. Chi vive nella Capitale sa benissimo che Roma Nord e Roma Sud rappresentano a tutti gli effetti due mondi diversi: il primo è un pianeta ricco e con la puzza sotto il naso (in senso metaforico), il secondo è un variopinto pianeta povero dove la puzza sotto il naso è quella di un cassonetto dell’umido che l’Ama non ha ancora svuotato. Io ovviamente vivo in quest’ultimo e, dopo essermi pettinato ed aver fatto un veloce ‘recap’ di lessico colto, bon ton e dizione, mi avvio in direzione nord.

Vengo accolto dallo staff con grande simpatia e gentilezza, nonostante indossi una maglietta dell’Unione Sovietica. D’altronde la Guerra Fredda è finita da un pezzo. Questa sede romana esiste da un paio d’anni circa, è ben arredata con materiale prevalentemente di recupero e si sviluppa su due piani. Per bruciare tre calorie, salgo al piano superiore e mi accomodo in una sala sulle cui pareti campeggiano decine di fotografie di cantanti, attori e modelle. Purtroppo mi siedo davanti alla foto di Thom Yorke, l’inquietante cantante dei Radiohead, che mi guarda dritto negli occhi. Si fa per dire.

Il posto è frequentato da molti giovani di cui potrei esser padre ma anche nonno. Ed in effetti così mi sono sentito quando un ragazzo mi ha chiesto se fossi un TikToker. La mia faccia inespressiva e basita a la Pozzetto in “Sono fotogenico” ha spento inesorabilmente il suo entusiasmo.

Il menu presenta una ricca selezione di antipasti, burgers, tacos, burritos, sandwich, toast, carne al bbq e insalate. Alla sola lettura, i miei trigliceridi schizzano a 400 mg/dl, facendo vacillare il record della Sora Lella.

Mi viene proposta una buona selezione di antipasti: patatine dolcionion rings grossi come gli anelli al collo delle ‘donne cigno’ della tribù dei Kayan Lahwi, mozzarella sticks, squisiti jalapenos piccanti al formaggio, chicken nuggets e, soprattutto, le strepitose Buffalo chicken wings. Un’ottima partenza.

A seguire ordino un Hamburger Egg & Guacamole (burger da 200 grammi, monterey jack cheese, uovo, guacamole, insalata e maionese al pepe). Quello che mi viene portato, accompagnato da patate dolci fritte, è un panino che in forma e dimensioni ricorda il palazzo della Capitol Records a Los Angeles e per riuscire a morderlo occorrerebbe la mandibola disarticolata di un’anaconda verde dell’Orinoco. L’aspetto non è dei migliori e ricorda un’opera di Michelangelo Pistoletto, ma invece di dargli fuoco, inizio a mangiarlo con coltello e forchetta. Sì, perché afferrarlo con le mani sarebbe stato vano come cercare di abbracciare Yokozuna Terunofuji, il campione di sumo giapponese. Una fatica comunque ben ripagata, perché il panino è molto buono e il burger è cotto in maniera perfetta

Il successivo Manhattan Club è un sandwich multistrato alto un palmo della mano di Gianni Morandi e talmente ripieno che per tenerlo fermo occorrono degli spiedini di legno che Vlad III di Valacchia, detto l’Impalatore, avrebbe usato per i suoi nemici. Al suo interno ci sono ingredienti sufficienti per preparare tre pranzi di matrimonio: tre fette di pane in cassetta ai cereali, pollo grigliato, cheddar, bacon, insalata, pomodoro, uova e maionese. Assolutamente gustoso, nonostante l’impossibilità di morderlo agevolmente senza che mi deflagri tra le mani per poi rassegnarmi a mangiarlo come fosse un piatto scomposto di cucina destrutturata. 

Mi sento pieno come un ‘pouf’ di casa Poggiolini scoperto dalla Guardia di Finanza nel 1991, ma la curiosità mi spinge a chiudere la cena con una Key Lime Pie. 

Questa è una torta originaria delle isole Keys in Florida con una base simile a quella della cheesecake e farcita con una crema di latte condensato, tuorli e succo di lime. L’ho gradita molto e me ne prenderei un’altra fetta, ma probabilmente avrebbe su di me l’effetto di una bomba atomica tale da creare problemi etici persino a Oppenheimer. 

Sono ormai satollo e anche Thom Yorke dei Radiohead di fronte a me sembra ingrassato. Saluto il personale di sala, disponibile e sempre presente, e mi congedo. Nonostante i miei pregiudizi verso la cucina USA, stasera il mio incrollabile ‘sovietismo’ ha vacillato e c’è stato un piccolo disgelo nel mio rapporto con gli Yankees. D’altronde la Guerra Fredda è finita da un pezzo.


Hamerica’s
Via Candia 1,
Roma

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