In questo periodo sto mangiando più pesce di un capodoglio dell’Artico, di cui sto ormai assumendo le sembianze con un fisico sempre più tozzo e rastremato tipo lampadina a bulbo. Ma l’occasione è ghiotta e non posso rinunciare, neanche stavolta. Perché Follis, nonostante esista da poco più di tre anni, è diventato velocemente un punto di riferimento del litorale laziale, vantando dietro ai suoi fornelli chef di grande talento come Daniel Celso (oggi all’Oasi Kadir).
Onestamente non mi ha mai particolarmente attirato Fiumicino e gli unici motivi che solitamente mi spingono fin lì sono prendere un volo, naturalmente low cost, o divorare la fauna ittica della zona. Raggiungere questo comune alle porte di Roma è infatti un’esperienza olfattiva segnante. Lungo il tragitto si passa dall’odore acre del cherosene degli aerei a quello pungente dei campi concimati, col rischio di arrivare a destinazione con le narici bisognose di un’alarplastica. Per fortuna, nella zona compresa tra il Ponte 2 Giugno e la Passerella Fiumicino, si iniziano a percepire quei buoni profumi di pesce, di forno a legna per la pizza e di pasticcerie che giustificano i chilometri fatti in apnea.
Follis si trova proprio qui, in via della Torre Clementina 146, strada che si affaccia sull’antico canale di Fiumicino – noto anche come Fossa Traianea – ricca di ristoranti e locali di ogni tipo, dove la concorrenza è naturalmente altissima.

Sala Slowly
All’ingresso mi accoglie Samantha Parente, giovane ma già apprezzata Bar Manager, che mi fa visitare le due splendide sale interne. La prima – definita Living – è dominata dall’american bar centrale e sembra ideata per pranzi veloci, aperitivi o dopo cena, mentre la seconda – battezzata Slowly – è più ariosa e adatta a cene importanti, cerimonie o grandi eventi. Il nome del locale, che deriva dall’antica moneta di bronzo di epoca romana, intende rappresentare proprio questi due diversi volti del ristorante. Tutto è finemente arredato, con un design contemporaneo dai colori caldi e con un’illuminazione perfetta. L’unica cosa non elegante sono io. Belle ed accoglienti anche le due luminose verande, che fanno raggiungere un totale di quasi 150 coperti. Mi accomodo al bancone dell’american bar – quello dei poveri – con vista sulla vasca delle aragoste destinate a percorrere il miglio verde e sull’enorme frigo cantina dei vini (se ne contano oltre 500 etichette) che mi fa alzare il tasso alcolemico nel sangue a 1,5 g/L col solo sguardo.

American bar
Samantha inizia a presentare con simpatia e grande competenza le varie portate e le storie dietro ai cocktail della nuova drink list The Follis Reporter – ispirata a diversi film hollywoodiani – che le accompagneranno. In pochi secondi capisco che il citato tasso alcolemico a 1,5 g/L resterà un confine mobile come quello alpino tra Italia e Svizzera, che dipende dallo scioglimento dei ghiacciai. Praticamente, l’esistenza della mia patente dipenderà dallo scioglimento del ghiaccio nei drink.
Il menu

Il menu propone una trentina di piatti, tra crudi e cotti, primi e secondi. La prima pietanza ad arrivare è un delicatissimo carpaccio di pesce lampuga con panzanella ai tre pomodori, pesche, acqua di pomodoro e maionese. La lampuga, per chi non lo sapesse, è un pesce piuttosto pregiato dal colore verde acceso, un profilo frontale schiacciato, quasi verticale, e dalla bocca obliqua. In confronto Slimer – il fantasma verde di Ghostbusters – è un fotomodello di punta della Fashion Week di Parigi. Ma, nonostante l’aspetto discutibile, è dannatamente buona. Questo antipasto esalta la freschezza della materia prima e ha, nel gusto e nell’aspetto, un approccio soft e quasi timido, come quelli che avevo io alle feste delle medie con le ragazze che mi piacevano e che immancabilmente non ricambiavano. A esso viene abbinato un ottimo Follis Fortyfever (Bourbon Wild Turkey, sciroppo d’acero, Ancho Reyes e soda HM al limone) ispirato a La Febbre del Sabato Sera e reso luccicosissimo grazie alla presenza di brillantini eduli che rendono il mio sorriso simile a quello di Sfera Ebbasta coi grillz. Francamente, avrei preferito il fisico atletico di Tony Manero.

Il seguente polpo arrosto con peperone fresco, peperone crusco, albicocche e maionese alla colatura di alici ha invece un sapore più deciso. Il polpo è solitamente un ingrediente assai insidioso da cucinare per via della sua gommosità, ma in questo caso è reso croccante fuori e tenero dentro. Davvero squisito! Non è da meno il Bloody Eye (Challenge gin, succo di pomodoro fresco, Bloody mix, foam birra miele e basilico) che lo accompagna. Questo drink è ispirato al film Cocktail del 1988 con Tom Cruise, in cui il Red Eye è protagonista come anti-sbornia. Se funziona davvero, ne ordinerò un litro take-away per il ritorno a casa.

Con la portata successiva – la mezza manica all’amatriciana di tonno sfumato con aceto invecchiato in botte – inizio a dimenarmi e ululare come Jim Carrey in The Mask quando ammira Cameron Diaz durante la sua esibizione al Coco Bongo. Il sugo è denso e saporito, i listelli di tonno scrocchiano tra i denti proprio come fossero di guanciale, la pasta è servita perfettamente al dente. Lo chef Riccardo Catarci merita i miei personali 92 minuti – più hydration break – di applausi. E, una volta finito di fargli i complimenti, uso mezza pagnotta per lucidare il piatto come Jules e Vincent in Pulp Fiction quando sono costretti a ripulire l’interno dell’automobile dai resti del povero Marvin. Mister Wolf sarebbe molto fiero di me. In abbinamento, un più robusto e alcolico – rispetto ai bicchieri precedenti – Gold Fashioned (Wild Turkey Rye Whiskey, Mezcal Vida Miguey, bitter al cioccolato e sciroppo di agave) ispirato al film Crazy, Stupid, Love del 2011. Non l’ho mai visto, ma dopo questo eccellente cocktail, mi sento in dovere di approfondire.

Anche la carta dei dolci offre alcune opzioni sfiziose. Il profiterole – bignè alla chantilly vanigliata, gelato alla crema, cialda croccante e una salsa al cioccolato fondente incredibilmente vellutata – è prelibato. In contemporanea viene servito Il Grande Gatsby (Amaro Averna, Rye Whiskey Wild Turkey, Borghetti, zucchero liquido, acqua tonica) un long drink di distillato e soda, fresco e abbastanza leggero, ideale come accompagnamento. Provo a fare un brindisi con la stessa postura e la stessa espressione di Leonardo Di Caprio – come nell’omonimo film e nel famoso meme – ma dopo il quarto cocktail somiglio più al Grande Lebowski che al Grande Gatsby.

La torta di ricotta, frolla, confettura e namelaka alle visciole è forse uno dei miei dessert preferiti in assoluto e sono più intransigente di un esaminatore delle autoscuole per la patente DE. Mi arrendo, perché anche questo dolce è delizioso. A mettere la classica ciliegina, anzi visciola, sulla torta è il magnifico Conte in Botte (Tanqueray 10, bitter Campari, Punt e Mes, sciroppo di amarena Fabbri, Frangelico, Follis mix), un marchio registrato del locale creato in omaggio al Conte Camillo Negroni, santo patrono della miscelazione e datore di lavoro per tutti gli epatologi del Pianeta. Una delle particolarità di questo mix è che viene affinato in piccole botti di rovere francese per circa un mese. Più o meno lo stesso lasso di tempo che mi ci vorrà per smaltire la sbornia. Ma non sapendo cosa fare a Fiumicino in un periodo così lungo, per evitare posti di blocco e controlli indesiderati decido di rincasare guidando attraverso buie strade di campagna frequentate solo da coppiette appartate e guardoni.
E, come all’andata, in apnea. Ma non basteranno gli odori del cherosene degli aerei e del concime dei campi a togliermi dalle narici e dalle papille gustative il piacere di una grande cena.
