L’hot pot è un modo di stare insieme. È una cucina che si costruisce insieme, tra gesti, attese e chiacchiere intorno alla pentola. Oggi è un format che si trova ovunque: in Giappone e negli Stati Uniti, a Parigi, a Milano, a Roma. Proprio a Roma noi di Foodzilla lo abbiamo già raccontato in un articolo dedicato a uno dei primi hot pot della Capitale (lo trovi qui).
Ma prima di diventare un fenomeno globale, l’hot pot è stato un’abitudine domestica, una pratica semplice nata per necessità e diventata, col tempo, un simbolo di convivialità. Tutto sta nel coinvolgere i partecipanti: non si mangia un piatto servito, lo si prepara insieme agli altri. È un tipo di esperienza che rompe le regole tradizionali del ristorante e invita a partecipare, a condividere tempi ed errori. Ed è questo equilibrio tra semplicità e interazione che lo ha trasformato da gesto quotidiano a format capace di conquistare sempre più persone.
Dove tutto è iniziato e come l’hot pot è diventato famoso

Le origini dell’hot pot risalgono a più di mille anni fa, nella Cina del Nord di pastori e soldati. Bastava una pentola di metallo, del montone e un brodo caldo per resistere al gelo. Da abitudine povera è diventata un rito popolare, un modo di mangiare e stare insieme. Con il tempo ogni regione cinese l’ha trasformato secondo il proprio clima e carattere: nel Sichuan il brodo diventa rosso e piccante, saturo di peperoncino e pepe di Sichuan; a Pechino è chiaro, delicato, spesso a base di carne e cavolo; nello Yunnan è profumato di erbe, fiori e funghi selvatici. Per secoli l’hot pot è rimasto un gesto comunitario, semplice e condiviso: niente posate individuali, niente servizio elegante, solo una pentola al centro, un fuoco che non si spegne e ingredienti comuni destinati a tutti.
Il salto da tradizione domestica a fenomeno culturale arriva tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando città come Chongqing, Chengdu e Pechino iniziano a riempirsi di piccole locande con pentole fumanti sui tavoli. Ma la vera esplosione avviene tra gli anni ’90 e i primi Duemila: nascono le grandi catene come Haidilao, che trasformano l’hot pot in esperienza. Pentole con doppio brodo, menù digitali, camerieri che portano elastici per capelli, puliscono gli occhiali appannati, servono snack mentre aspetti. I media iniziano a parlare apertamente di “hot pot culture”. Il format attraversa l’oceano: approda negli Stati Uniti, in Canada, poi in Giappone, Corea, e infine in Europa. Anche in Italia. Ed è in quel momento che l’hot pot smette di essere solo un piatto e diventa un modo di stare a tavola che il mondo intero comincia a riconoscere.
Perché oggi piace a tutti (e perché funziona anche da noi)

L’hot pot non è solo cibo: è partecipazione. È una cena che non puoi vivere da spettatore, perché sei parte del processo – immergi, aspetti, osservi, peschi, assaggi. In un’epoca in cui i ristoranti servono piatti già perfetti, pronti per i social e da consumare in fretta, l’hot pot è un gesto di rallentamento condiviso. Nessuno ti porta il piatto: lo costruisci tu, insieme agli altri. Ed è proprio per questo che funziona. È imperfetto, rumoroso, democratico: nessuno conta più degli altri, tutti condividono lo stesso brodo, lo stesso tempo, lo stesso vapore. Si mangia senza un ordine preciso, ci si può sbagliare, perdere un raviolo, ridere di un pezzo di tofu disperso nel brodo. Allo stesso tempo è profondamente personale, perché ognuno si crea la propria combinazione di ingredienti, tempi di cottura e salse. Ha qualcosa di antico, quasi domestico, che stride in modo rassicurante con l’estetica lucidata del cibo contemporaneo.
In Italia questo meccanismo ha attecchito rapidamente. Prima nei quartieri universitari di Milano, Roma, Firenze; poi tra amici, famiglie, compleanni. È uno dei pochi format gastronomici che non ha provato a italianizzarsi: si è presentato per quello che è, e proprio per questo ha convinto. L’hot pot non è solo un ristorante cinese, diventa un modo nuovo (e allo stesso tempo antichissimo) di stare insieme.
Concludiamo
Oggi l’hot pot è diventato un format globale perché risponde a qualcosa di molto semplice: mettere le persone intorno a un tavolo e coinvolgerle nel gesto del cucinare insieme. Non è solo cibo, ma partecipazione. Il brodo, gli ingredienti, le salse sono importanti, ma il vero punto di forza è l’esperienza collettiva, replicabile ovunque e adattabile a qualsiasi cultura.
Anche in Italia questa formula ha attecchito perché è diversa da tutto ciò che conosciamo, ma allo stesso tempo familiare: si condivide, si aspetta, si chiacchiera, ci si prende il proprio tempo. È un modo di mangiare che non impone gerarchie tra chi cucina e chi mangia: tutti fanno parte dello stesso gesto, intorno alla stessa pentola.
E forse è proprio questo il motivo per cui, a più di mille anni dalle sue origini, l’hot pot continua a funzionare.