I 10 migliori ristoranti giapponesi di Milano secondo Foodzilla

Una guida ai migliori ristoranti giapponesi di Milano secondo Foodzilla: tra omakase rigorosi, sushi d’autore e contaminazioni contemporanee, una selezione aggiornata dei locali più interessanti della città.

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Oggi siamo andati a caccia dei migliori ristoranti giapponesi di Milano, tra insegne storiche e aperture più recenti che stanno ridefinendo la scena. Milano, d’altronde, è uno dei pochi posti in Europa dove la cucina giapponese ha trovato una sua dimensione reale, fatta di ricerca, tecnica e identità.

Negli anni la città ha attirato chef dal Giappone e professionisti con percorsi internazionali, creando un mix unico: da una parte locali fedeli alla tradizione più rigorosa, dall’altra cucine che dialogano con il Mediterraneo senza perdere credibilità.

Quella che trovi qui è la nostra selezione personale, costruita mettendo insieme esperienze dirette e una ricerca attenta. Non è una lista definitiva: se il tuo indirizzo del cuore non c’è, scrivici. La aggiorneremo continuamente.

Ichikawa

Haruo Ichikawa è uno dei nomi che hanno davvero contribuito a portare la cucina giapponese in Italia a un certo livello. Dopo anni di lavoro tra Giappone ed Europa, ha aperto qui un ristorante che è una sintesi del suo percorso: sushi e sashimi di altissima qualità, ma anche piatti meno scontati della tradizione, quelli più “domestici”, meno raccontati fuori dal Giappone.

Il cuore è l’omakase. Ti siedi e ti affidi. Ogni passaggio viene preparato davanti a te, con una precisione che si vede nei dettagli: il taglio del pesce, la gestione del riso, perfino il wasabi grattugiato al momento. Non è solo tecnica, è un modo di raccontare la cucina, passo dopo passo.

Quello che resta alla fine è una sensazione molto chiara: qui non si cerca di reinventare nulla. Si lavora sulla purezza, sulla materia prima, sul gesto. Ed è proprio questa coerenza che lo rende ancora oggi uno dei riferimenti più solidi a Milano quando si parla di sushi fatto sul serio.

Indirizzo: Via Lazzaro Papi, 18

Hatsune Ronin

Appena entri da Hatsune Ronin capisci subito che non sei davanti a un ristorante “normale”. Sei dentro un palazzo a Chinatown, ma appena sali al piano dell’omakase cambia tutto: luce bassa, silenzio, un banco da pochi posti e un ritmo già deciso.

Qui c’è la firma di Katsu Nakaji, uno dei migliori sushi chef al mondo, anche se non è quasi mai presente in sala. Il progetto milanese è pensato proprio come una sorta di estensione della sua scuola: al banco ci sono Hayato, suo unico allievo diretto arrivato da Nara, e Shuhei, entrambi qui per affinare tecnica e sensibilità prima di tornare a Tokyo a lavorare con lui. È un passaggio formativo vero, e si percepisce in ogni gesto.

L’esperienza è tutta al bancone, con una decina di posti per turno. Non scegli niente: ti affidi. L’omakase è costruito come una sequenza precisa, una quindicina di passaggi tra crudi e preparazioni leggere, che seguono un ritmo condiviso da tutti i commensali. Il centro di tutto resta il riso, lavorato con una cura quasi ossessiva, mentre il pesce viene trattato con una precisione che non lascia spazio a interpretazioni.

Non è un posto per tutti, e non prova nemmeno a esserlo. Prezzo alto, tempi scanditi, poche concessioni. Ma se vuoi capire davvero cosa significa omakase, quello fatto sul serio, questo è uno dei punti più netti oggi a Milano.

Indirizzo: Via Vittorio Alfieri, 17

Bentōteca

Lo chef Yoji Tokuyoshi, ex allievo di Massimo Bottura, qui ha fatto una scelta precisa: lasciare da parte il fine dining più rigido per costruire qualcosa di più libero, ma non meno serio. Il progetto nasce dall’idea del bento, la “schiscetta” giapponese, e si traduce in una cucina più diretta, accessibile, ma sempre controllata.

Il punto centrale è l’incontro tra Giappone e Mediterraneo. Non come slogan, ma come pratica quotidiana: ingredienti italiani letti con tecnica giapponese, piatti che sembrano semplici ma hanno dietro un lavoro preciso. Il tataki di cavallo con richiami alla pizzaiola o il collare di tonno alla brace sono esempi chiari di questo equilibrio.

Il menu si muove tra piatti da condividere, bento reinterpretati e percorsi più strutturati come l’omakase, che cambia in base alla stagionalità e racconta meglio la visione dello chef.

Ci sono piatti che colpiscono subito, altri meno, ma nel complesso quello che resta è la coerenza. Bentōteca non cerca di essere perfetta in ogni dettaglio, ma ha una direzione chiara. E oggi, a Milano, questo è il locale dove questa idea di cucina italo-giapponese funziona davvero.

Indirizzo: Via S. Calocero, 3

Wicky’s Innovative Japanese Cuisine

Wicky Priyan è stato tra i primi a portare a Milano una cucina giapponese dichiaratamente “non ortodossa”. Il suo ristorante è segnalato dalla Guida Michelin da anni proprio per questo approccio personale: tecnica giapponese solida, ma libertà totale nella costruzione dei piatti.

Il famoso Carpaccio dei Cinque Continenti è il manifesto di questa filosofia, un piatto che mescola ingredienti e suggestioni diverse senza risultare confuso. La sera si lavora soprattutto su percorsi degustazione decisi dallo chef, che cambiano spesso e raccontano la sua evoluzione. L’ambiente resta coerente con l’idea di cucina: pulito, contemporaneo e senza fronzoli inutili.

Indirizzo: Corso Italia, 6

Kappou Ninomiya

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Appena entri da Kappou Ninomiya capisci subito che qui il discorso è diverso. Niente compromessi, niente adattamenti: è un Giappone diretto, quasi spiazzante per Milano.

Dietro a questo locale c’è Yoshikazu Ninomiya, che qui lavora con un’impostazione molto chiara. Sushi e sashimi sono il punto più alto, giocati sulla qualità della materia prima e su lavorazioni essenziali ma rigorose. Il resto del menu amplia il racconto con piatti della tradizione quotidiana giapponese, senza cercare effetti speciali ma puntando sulla riconoscibilità.

Ci sono dettagli che fanno la differenza, soprattutto per chi ha un minimo di esperienza nel mangiare la cucina giapponese: consistenze curate, lavorazioni pulite, equilibrio nei sapori. Non tutto è allo stesso livello, e alcune preparazioni più complesse risultano meno incisive, ma quando si resta sui fondamentali il risultato è tra i più convincenti in città.

Indirizzo: Via Fra Galgario, 4

IYO

Da IYO non c’è niente di casuale. Accoglienza precisa, sala curata nei dettagli e ritmo già impostato. C’è da menzionare anche che è l’unico ristorante in Italia con una stella Michelin.

La cucina lavora su un equilibrio molto chiaro: tecnica altissima e controllo totale, ma senza perdere il gusto. Il sushi è il punto più evidente. Il riso è gestito con attenzione maniacale, le temperature sono calibrate, i tagli puliti. Ma quello che resta davvero è la nitidezza dei sapori, mai coperti o complicati.

Il percorso degustazione è costruito come una sequenza coerente, non come una somma di piatti. Si passa dai crudi – spesso lavorati con piccoli tocchi acidi o agrumati – a preparazioni più strutturate, come ramen di scampi o pesci alla robata, fino a piatti di carne e dessert molto definiti. Ogni passaggio ha un senso e non rompe mai il ritmo.

C’è anche una componente contemporanea evidente: ingredienti italiani inseriti con intelligenza e accostamenti che escono dal perimetro giapponese senza sembrare forzati. È una cucina che si è evoluta nel tempo, mantenendo però una linea chiara e riconoscibile.

Indirizzo: Via Piero della Francesca, 74

Osaka

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Osaka è un pezzo di storia della cucina giapponese a Milano. Aperto nel 1999, ha mantenuto una linea coerente mentre tutto intorno cambiava.

Qui non si inseguono le mode. Lo chef Ikeda Osamu lavora sulla precisione, soprattutto nel taglio del pesce, che diventa quasi un gesto identitario. Il menu è classico, senza concessioni: sushi, tempura, e piatti come i nabe, che vengono preparati direttamente al tavolo e raccontano un lato più quotidiano della cucina giapponese.

Fa parte di quel gruppo di ristoranti che non hanno bisogno di reinventarsi per restare rilevanti.

Indirizzo: Via Anfiteatro, 6

Hazama

Satoshi Hazama lavora sulla kaiseki, che è probabilmente la forma più rigorosa della cucina giapponese. Un percorso fatto di piccoli passaggi, costruito su stagionalità ed equilibrio, dove ogni tecnica – crudo, griglia, fritto, vapore – entra in gioco con un ordine preciso.

Il punto interessante è come questa struttura si traduce nel piatto: ingredienti spesso italiani o mediterranei, ma trattati con un pensiero completamente giapponese. Il risultato è una cucina pulita, molto leggibile, che non punta a stupire ma a costruire un ritmo.

Hazama non è immediato, e non vuole esserlo. È un posto dove devi stare dentro al percorso, accettarne i tempi e il linguaggio. Ma se entri in quel meccanismo, è una delle esperienze più coerenti che puoi fare oggi a Milano quando si parla di cucina giapponese.

Indirizzo: Via Savona, 41

Waby

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Da Waby hai da subito la sensazione di essere in una Milano internazionale: grandi vetrate su Porta Nuova, luci studiate, un bancone sushi che diventa il vero centro della sala. È un posto pensato come esperienza, quasi teatrale, dove anche il design ha un ruolo preciso.

Dietro al progetto c’è Matteo Zhu, ma qui non troverai lo chef-star. La cucina è costruita come lavoro di squadra: una brigata con esperienze diverse che lavora su un’idea condivisa, senza gerarchie troppo visibili. Questo si riflette anche nel menu, che non è mai legato a una firma sola ma a un’identità collettiva.

La proposta è una cucina giapponese contemporanea, abbastanza libera ma sempre controllata. Sushi e sashimi sono il punto di partenza, ma si allarga subito il raggio: robata, piatti caldi, combinazioni che inseriscono ingredienti non giapponesi senza perdere equilibrio. Alcuni piatti giocano proprio su questo, come le lavorazioni di crudo con note agrumate o speziate, oppure le preparazioni che mescolano mare e ingredienti più “mediterranei”.

Quello che resta è una cucina pulita, molto leggibile, costruita su materia prima di alto livello e su un’estetica curata nei dettagli.

Indirizzo: Via Carlo de Cristoforis, 2

Sagami

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Appena entri da Sagami il colpo d’occhio è diverso da molti altri giapponesi milanesi: niente minimalismo studiato o banco scenografico, ma un ambiente semplice, quasi quotidiano. È una scelta coerente, perché qui il focus non è sull’esperienza “fine dining”, ma su qualcosa di più diretto.

Sagami nasce a Nagoya e porta con sé proprio quell’idea di cucina giapponese casalinga, quella che in Giappone si mangia tutti i giorni. Non sushi da copertina, ma soba, udon, kishimen, brodi, piatti caldi costruiti su ricette tradizionali. È una cucina che punta all’autenticità più che all’effetto.

Il menu infatti è molto ampio e gira intorno a questi pilastri: noodles preparati secondo diverse tradizioni regionali, tempura, tonkatsu, donburi. Tutto lavorato con attenzione alla tecnica e alla materia prima, senza reinterpretazioni inutili. Anche il sushi è presente, ma non è il centro del discorso.

Sagami funziona proprio per questo: è uno di quei posti dove vai quando vuoi mangiare giapponese “vero”, senza filtri e senza costruzioni. Non cerca di impressionare, ma di essere coerente. E a Milano, dove spesso la cucina giapponese prende altre strade, non è così scontato.

Indirizzo: Piazza Duca D’Aosta, 10

Concludiamo

Milano oggi è uno dei posti più interessanti in Europa per mangiare giapponese, proprio perché non esiste un solo modo di interpretarlo. C’è chi resta fedele alla tradizione più rigorosa, chi lavora sull’omakase come esperienza pura e chi invece mescola linguaggi e ingredienti con naturalezza.

Quello che conta, alla fine, è la coerenza. Che sia un banco da pochi coperti o un ristorante più strutturato, quando dietro c’è una visione chiara e una tecnica solida, la differenza si sente subito.

Questa è la nostra selezione, oggi. Domani potrebbe già cambiare. Fateci sentire la vostra opinione tramite i nostri social su chi meriterebbe di entrare in questa lista.

 

Questo contenuto è stato realizzato nel rispetto dei principi di trasparenza e tracciabilità previsti dal Regolamento Europeo AI Act (2025). Tipo di contenuto: AI-assisted

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