Recensisco cose sul cibo: l'agriturismo

Pranzi interminabili, vino biodinamico, bambini indemoniati, gatti manipolatori e tavoli sotto al pergolato invasi dalle vespe: gli agriturismi contemporanei sono il perfetto equilibrio tra autenticità rurale e ristorante radical chic.

Recensisco cose sul cibo: l'agriturismo - immagine di copertina

Dopo i 30 anni succedono cose: aumentano i doloretti alla schiena, non digerisci più tanto bene i latticini, cominci a pensare che 120 euro per un paio di scarpe da trekking non siano poi così tanti. E poi, la domenica, ti ritrovi a organizzare un pranzo all’agriturismo, quel posto che ti sembra il giusto compromesso per far sedere allo stesso tavolo l’amico che ha fatto un figlio e si muove solo se nel luogo in questione c’è qualcosa in grado di intrattenere il pargolo e l’amica che ha fatto il corso da sommelier ed è alla costante ricerca di se stessa e del vino biologico perfetto.

Gli agriturismi di oggi sono strane terre di mezzo: luoghi con l’anima bucolica e il corpo sempre più simile a quello di ristoranti ricercati. Le tovaglie a quadri di una volta cedono il posto a quelle beige in lino sapientemente non stirato; le porzioni abbondanti e sugnose si nobilitano e diventano medio-piccole, servite però su piatti enormi, bianchi e splendenti. Quei luoghi che un tempo ti chiedevano di sporcarti la camicia di sugo oggi sembrano un po’ più tirati, e decisamente con la puzza sotto al naso.

Visto che la bella stagione è finalmente arrivata, forse anche voi domenica prossima vi ritroverete in uno di questi posti. Ed ecco perché, per noi, recensirli è quasi un obbligo.

La prenotazione

Prenotare un agriturismo la domenica richiede tenacia e pianificazione. Devi ricordarti almeno tre settimane prima, scegliere una data compatibile con battesimi, comunioni e compleanni vari e infine incrociare le dita sperando che abbiano ancora posto sotto al pergolato. L’alternativa è il tavolino vicino al bagno.

Voto: 3 su 10. È più facile spiegare a tua suocera come recuperare la password dello Spid.

Il menù fisso

Il menù fisso è il pilastro dell’agriturismo moderno. Tu pensavi di ordinare solo un primo e magari tornare a casa leggero, ma hai completamente frainteso il concetto. Qui non scegli niente: vieni preso per mano e trascinato dentro un percorso gastronomico fatto di antipasti infiniti, doppio primo, doppio secondo e dolce finale a 60 euro a persona, bevande escluse ovviamente. I piatti hanno nomi lunghissimi e vagamente spirituali, pieni di parole come “riduzione”, “consistenza” e “terra”.

Voto: 7 su 10. Bello non dover prendere decisioni, almeno finché non scopri che lo chef ha un’inspiegabile ossessione per il topinambur.

I tavoli sotto al pergolato

Sono la business class dell’agriturismo: lunghi, scenografici, bellissimi. Peccato che ogni tre minuti cada un insetto nel bicchiere e che basti far arrivare il tagliere coi salumi per ritrovarsi a lottare con le vespe.

Voto: 5 su 10. Meno 3 punti perché gli insetti col pungiglione mi mettono l’ansia.

Il cameriere

Nel vecchio agriturismo il cameriere era uno di famiglia con l’avambraccio da muratore e il vino della casa già in mano prima di farti arrivare al tavolo. Quello del nuovo agriturismo invece ha il grembiule in cuoio, i baffi curati e riesce a perdere cinque minuti per raccontare la storia emotiva della zucchina a km0 che stai per mangiare. In entrambi i casi viaggia con gli occhi bassi per non ricevere richieste extra.

Voto: 6 su 10. Talento incredibile nello scegliere quali cause servire e quali ignorare.

L’intollerante a tutto

La vera domanda è sempre la stessa: che cosa è venuto a fare? Coinvolto con la forza in un pranzo dove il menù prevede formaggi, burro, glutine, vino, fritti, passa il tempo annunciando tutto quello che non può mangiare. Alla fine riuscirà a consumare solo i ravioli e pagherà comunque 60 euro, sotto lo sguardo privo di empatia dei suoi amici.

Voto: 2 su 10. Che noia.

Il vino della casa

Il vino della casa dell’agriturismo contemporaneo non è mai semplicemente vino. È biologico, biodinamico, naturale, ancestrale, siderale; ha un nome che ricorda un rituale pagano. Se non ti piace, il problema non è il vino: sei tu che non hai ancora intrapreso il corretto percorso sensoriale.

Voto: 8 su 10. Se la tira, ma può permetterselo.

I bambini

Negli agriturismi i bambini diventano improvvisamente intoccabili. Corrono, urlano, si rincorrono tra i tavoli e nessuno può dire niente, perché “almeno stanno all’aria aperta”. Sì, ma l’area giochi sta fuori, eppure loro scelgono scientificamente di orbitare attorno al tuo tavolo proprio nel momento in cui arriva un vassoio bollente.

Voto: 8 su 10 perché mi ricordano quanto era liberatorio fregarsene del mondo; 1 su 10 ai genitori incapaci di domarli.

L’olio di produzione propria

L’olio prodotto dallo stesso agriturismo viene portato al tavolo con la solennità di una reliquia medievale. Lo annusi, lo osservi, lo contempli. Spesso è veramente buonissimo. Poi però quando chiedi se puoi comprarne una bottiglia, arrivano sempre le stesse due risposte: “Mi spiace, ne abbiamo prodotto pochissimo quest’anno” oppure “Certo”, seguito da un elegantissimo “sono 18 euro per mezzo litro”.

Voto: 7 su 10. Buono, ma regala false speranze.

Gli animali della fattoria

Gli animali della fattoria sono l’ultimo vero baluardo di autenticità rimasto negli agriturismi. A fine pranzo c’è sempre qualcuno che propone il giro “per vedere gli animaletti”. Il problema è quel leggerissimo cortocircuito mentale quando accarezzi il maialino carino sapendo che potrebbe tranquillamente essere il protagonista del menù degustazione della domenica successiva.

Voto: 10 su 10 nonostante il cortocircuito mentale di cui sopra.

I gatti che ti girano intorno

Nelle location all’aperto c’è sempre almeno un gatto che fa elemosina tra i tavoli. Ti gira intorno mellifluo, si struscia sulla sedia e ti fissa come se non mangiasse da tre settimane. Ovviamente tu cedi, gli regali un terzo del vassoio dei salumi e alla fine lui alla fine ti si appiccica peggio di un ex che non vuole accettare la fine della relazione.

Voto: 8 su 10. Ti rubano il prosciutto, ma anche il cuore.

Le verdure dell’orto

Negli agriturismi le verdure dell’orto vengono trattate meglio di molti esseri umani. Ogni zucchina ha una storia, ogni pomodoro una personalità. Guai a chiamarle semplicemente “contorni”: sono prodotti della terra, figli delle stagioni, manifestazioni vegetali di autenticità rurale.

Voto: 6 su 10. Tanto, troppo storytelling.

Le sedie di paglia

Le sedie di paglia sono il tratto vintage che nessun agriturismo può davvero abbandonare. Bellissime da vedere, autentiche quanto vuoi, peccato che dopo quaranta minuti diventino strumenti di tortura medievale. E il vero rischio arriva d’estate, quando ti presenti con pantaloni leggeri e inizi a vivere nel terrore di portarti a casa una scheggia infilata nel sedere.

Voto: 3 su 10. Sono pericolose.

Le confetture artigianali

Le confetture artigianali dell’agriturismo sono una trappola psicologica perfetta. Te le fanno assaggiare insieme al formaggio o dentro una crostata tiepida e improvvisamente ti convinci di aver bisogno di un barattolo di confettura di cipolla rossa nella tua vita. Poi guardi il prezzo e scopri che costano semplicemente troppo. Ma ormai è troppo tardi: ne comprerai almeno due perché se no pare brutto.

Voto: 4 su 10. Piccoli gioielli di frutta che giaceranno in dispensa per secoli e secoli.

Caffè e ammazzacaffè

Il caffè e l’ammazzacaffè non sono una conclusione, ma una ancora di salvataggio. Arrivano dopo quattro ore di pranzo, tre antipasti, due primi, una grigliata e almeno un parente che ha raccontato la storia della sua pressione bassa. In quel momento il caffè ha il compito di farti recuperare autocoscienza.

Voto: 10 su 10. Il momento in cui ricominci lentamente a vedere la luce.

L’ombra dell’albero

Dopo l’abbuffata ci si trascina sotto l’ombra del grande albero con poca dignità. Se c’è l’amaca, è davvero un gran lusso ma, in alternativa, basta pure un telo steso male sull’erba: a quel punto il corpo chiede solo di non essere più interpellato fino alle 18.

Voto: 10 su 10. Terapeutica.

Il traffico del ritorno

Il traffico del ritorno è la punizione divina a tutti i tutti i tuoi peccati. Chilometri di statale percorsi a 12 all’ora, con la pancia gonfia e il navigatore che continua a proporti strade alternative palesemente usate anche dal resto dell’umanità. A un certo punto smetti persino di parlare. Esiste solo la coda e il retrogusto di finocchietto selvatico.

Voto: 0 su 10. l vero chilometro zero è la velocità in tangenziale.

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