Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un articolo dedicato agli ultimi pasti di alcuni dei serial killer più famosi della storia (lo trovate qui). Le loro scelte erano un mix di normalità disarmante, eccessi calorici e richieste al limite dell’assurdo. Da lì è nata una domanda che ci siamo posti anche in redazione: se doveste scegliere l’ultimo pasto della vostra vita, quale sarebbe?
Niente condanne a morte, fortunatamente. Solo un esercizio di fantasia gastronomica che dice molto più di quanto sembri sui nostri gusti, sulle nostre ossessioni alimentari e su quei piatti che, per una ragione o per l’altra, vorremmo assaggiare un’ultima volta.
Qui sotto trovate le risposte della redazione.
Lorenza: la fondue bourguignonne

Se dovessi immaginare l’ultimo pasto da condannata a morte per chissà quale delitto — anche se un paio me ne vengono già in mente — non avrei dubbi.
Niente ristoranti stellati, niente menù degustazione da dodici portate. Solo una pentola di olio bollente, mezzo chilo di filetto di manzo tagliato a cubetti e una forchettina dal manico lungo e sottile per infilzare la carne. E naturalmente le salse. Signori, le salse sono fondamentali.
La mia fondue bourguignonne è un atto politico: è lenta per definizione e io ho intenzione di renderla ancora più lenta.
Ogni pezzo di filetto — solo filetto, mi raccomando, niente di meno nobile — finirà nell’olio qualche secondo in più del necessario. Non perché mi piaccia la carne stracotta, ma perché il tempo, in certi contesti, diventa una forma di resistenza.
Il piano è questo: infilzo il primo cubetto, lo immergo e, mentre sfrigola, mi dedico alla salsa al curry. Vado piano. La porziono col cucchiaino con la concentrazione di chi sta disinnescando un ordigno. Quella dolcezza speziata, grassa e leggermente piccante merita rispetto. Poi il morso.
Dopo tocca alla remoulade, con i suoi cetriolini, la senape e quell’acidità elegante che rimette tutto in ordine. Quindi alla salsa tartara, cremosa, capperosa e irresistibilmente abbondante. Poi — nel frattempo il boia si sarà seduto a salivare — ricominciamo.
Tre salse, una per volta, in rigoroso ordine liturgico. Nessuna contaminazione, nessuna scorciatoia. Ho tutto il tempo del mondo. Oddio, quasi.
Il bello della fondue, lo sanno tutti, è che nessuno può mangiarla di fretta. È una protezione incorporata contro la voracità. L’olio vuole i suoi tempi, la carne vuole i suoi secondi e io voglio i miei. È un pasto che si difende da solo, quasi come se capisse la situazione.
E quando l’ultimo pezzetto sarà sparito, le tre ciotoline di salsa ripulite fino in fondo e la lunga forchettina poggiata con eleganza sul piatto, solo allora alzerò la mano e dirò: «Pronti. Potete procedere.»
Con tutta la dignità di chi ha mangiato — oggi come nella vita — esattamente come voleva.
Alessandro: aragosta e champagne

Tradizionale o gourmet… un piatto che mi ricorda l’infanzia, quello che cucinava sempre mia mamma la domenica, il sapore di casa, o chiudere in bellezza con una delle migliori portate che mi sia capitata di assaggiare? Difficile da decidere, anche perché non ci sarà una seconda occasione.
Anche una bella pizza margherita fatta a regola d’arte potrebbe essere una buona scelta. Oppure uno spaghetto all’assassina, giusto per l’ironia. No, alla fine penso che sceglierei qualcosa di costoso, che non ho mangiato così spesso come la pizza o gli spaghetti.
Scelgo una bella aragosta, di quelle grosse, da almeno un chilo e mezzo. Non voglio preparazioni particolari, l’importante è che sia di buona qualità e cotta bene: morbida e succulenta, non stoppacciosa come capita ogni tanto quando la cucinano troppo. Cottura semplice, che ne valorizzi il sapore, e qualche salsa di accompagnamento a parte in cui intingere i bocconi: un burro alle erbe, una citronette e dell’olio di oliva buono. Il tutto accompagnato da champagne, non sono un esperto, per cui scelgo quello più costoso dalla carta della prigione.
Sì, direi che come ultimo pasto ci può stare!
Chiara: i ravioli di nonna

Scelta difficile quella del mio ultimo pasto. Un po’ perché sono un’indecisa cronica, un po’ perché al pensiero della mia imminente dipartita so già che mi si chiuderebbe lo stomaco. Diciamo che, in un mondo ipotetico in cui io fossi una spietata omicida e mia nonna fosse ancora viva, chiederei probabilmente il suo cavallo di battaglia: giganteschi ravioli ricotta e spinaci, conditi con un sughetto semplice al pomodoro e una generosa spolverata di parmigiano.
Conservo ricordi lontanissimi di me bambina nella sua cucina, mentre la guardo stendere con calma la sfoglia, ritagliare i quadrati di pasta e distribuire il ripieno di ricotta e spinaci con una precisione quasi chirurgica. In qualche modo partecipavo anch’io alla preparazione, anche se oggi non saprei più dire esattamente come. Hanno continuato ad arrivare a tavola anche quando sono cresciuta e ho smesso di darle una mano. Col senno di poi, un errore imperdonabile.
Il ricordo del loro sapore, invece, non si è mai sbiadito: la sfoglia morbida ma resistente al morso, il ripieno delicato che si scioglieva in bocca, il pomodoro che aggiungeva la giusta nota acida e il parmigiano che finiva per legare tutto. Erano ravioli enormi, quasi esagerati, ma sparivano dal piatto molto velocemente.
Se dovessi scegliere il mio ultimo pasto nel mondo di oggi probabilmente direi una pizza. Ma questo gioco permette di barare con il tempo. E allora rinuncio volentieri a qualsiasi piatto stellato, a qualsiasi ingrediente raro e a qualsiasi lusso gastronomico: datemi subito un piatto dei ravioli di nonna e sono a posto così.
Ennia: un pasto completo comprensivo di verdure

Se dovessi scegliere il mio ultimo pasto prima dell’esecuzione (o, in generale, anche prima di essere condannata a una vita fatta di vassoi tristi e pasti senza emozioni) cercherei di giocarmela bene. Il problema è che scegliere un solo menu è quasi impossibile. Tra dolci, primi piatti e comfort food vari, la lista sarebbe lunghissima.
Partirei con un antipasto leggero, si fa per dire: un tagliere di salumi accompagnato da una porzione di nuggets, perché l’equilibrio è importante ma anche la felicità del palato ha il suo peso. Come primo non potrei rinunciare a una carbonara. Lo so, sono ligure, ma ho radici romane e questa carta me la gioco fino alla fine. La pasta, del resto, deve esserci sempre. Per secondo sceglierei un piatto di pesce, dei bei gamberoni accompagnati da zucchine gratinate al forno. E già mi immagino la redazione che mi prende in giro perché, potendo scegliere qualsiasi cosa al mondo, ho deciso di inserire delle verdure nel mio ultimo pasto. Ma chi mi conosce sa che senza una verdura nel piatto non sarei davvero io. Per chiudere, una gigantesca coppa di fragole con gelato e panna. Tanta panna.
Probabilmente non riuscirei nemmeno a finire tutto questo cibo, ma averlo davanti per l’ultima volta sarebbe già una consolazione. Spero sinceramente di non dover mai affrontare una scelta del genere. Se però dovesse succedere, adesso sapete tutti cosa portare alla futura serial killer della redazione. E comunque, considerando le alternative, direi che sono stata persino abbastanza healthy. Ne vado quasi fiera.
Ersilia: la parmigiana di mamma

A questa domanda ho saputo rispondere subito, senza alcun dubbio: l’ultimo pasto che sceglierei sarebbe la parmigiana di mia madre. Non una parmigiana qualsiasi, ma proprio la sua. Sarò di parte, sarà perché ci sono cresciuta, ma per me è davvero qualcosa di speciale. E a quanto pare non sono l’unica a pensarla così. Ormai amici e parenti, appena si presenta l’occasione, chiedono tutti la parmigiana di mamma.
È difficile spiegare a parole quanto sia buona, bisognerebbe assaggiarla per capirlo davvero. Il sugo ricco e speziato, le melanzane morbide e vellutate, la giusta quantità di formaggio e quella consistenza avvolgente che lega ogni strato rendono la sua parmigiana inconfondibile. C’è poi un dettaglio che la rende ancora più speciale: aggiunge sempre una generosa quantità di besciamella perché sa quanto mi piaccia, anche se nella ricetta tradizionale non sarebbe prevista.
Ogni volta che torno in Sicilia, per me e mio fratello è quasi un rito. Almeno una volta deve prepararla, senza eccezioni. Che sia il pieno dell’inverno o una torrida giornata estiva con quaranta gradi all’ombra, la parmigiana di mamma è una certezza.
Simone: sushi, coda alla vaccinara e cheesecake basca

Se dovessi scegliere il mio ultimo pasto, andrei senza troppi dubbi su tre piatti che rappresentano perfettamente tutto quello che amo mangiare.
Per iniziare, un’infinita selezione di sushi. Nigiri, uramaki, sashimi, gunkan e chi più ne ha più ne metta. Quando si parla di cucina giapponese perdo completamente il senso della misura. Come portata principale, invece, sceglierei una bella pasta con il sugo di coda alla vaccinara. Un piatto profondamente romano, ricco, intenso, di quelli che profumano di casa e tradizione. La carne cotta a lungo, il sugo avvolgente e la scarpetta finale sono praticamente obbligatori. Per chiudere, niente esperimenti o dessert moderni: voglio una cheesecake basca fatta come si deve. Ben bruciacchiata all’esterno, quasi nera sui bordi. È uno di quei dolci che riescono a essere semplici e spettacolari allo stesso tempo.
Se il concetto è salutare il mondo con un ultimo pranzo memorabile, allora il mio sarebbe esattamente così: abbondante, senza sensi di colpa e soprattutto buonissimo.