La scarpetta al ristorante non è (quasi) mai una cafonata

La scarpetta è davvero un gesto da evitare al ristorante? Tra galateo, storia e cucina, scopri perché raccogliere il sugo con il pane può essere uno dei complimenti più sinceri che si possano fare a uno chef.

La scarpetta al ristorante non è (quasi) mai una cafonata - immagine di copertina

Se un cuoco passa ore a preparare un fondo, una riduzione o un ragù e tu li lasci nel piatto per paura di sembrare maleducato, chi dei due ci rimane peggio?

Ci hanno insegnato fin da piccoli che l’educazione a tavola consiste soprattutto nel trattenersi. Non fare rumore, non appoggiare i gomiti, metti le posate in ordine accanto al piatto e soprattutto non fare mai, e poi mai, la scarpetta al ristorante. Siamo cresciuti con lo spauracchio di una specie di mostro a tre teste chiamato Galateo, pronto a bastonarci ogni volta che infrangevamo una delle sue regole.

Ora, tra tutte le cose che non si dovrebbero fare a tavola, ce ne sono due su cui personalmente non transigo: mangiare a bocca aperta e giocare con il cibo. Per il resto, e non sono certo l’unica a dirlo, se rinunci alla scarpetta al ristorante solo perché pensi che sia maleducazione, probabilmente nessuno ti ha mai spiegato quanto sia importante la salsa nell’equilibrio di un piatto. Certo, c’è modo e modo di farla (e ci arriveremo tra poco), ma escluderla a priori è senza dubbio un errore.

La parte migliore del piatto spesso è proprio quella che lasci lì

Quando ordiniamo un piatto al ristorante, pensiamo sempre all’ingrediente principale. Alla perfetta cottura della carne, o al pesce che deve essere freschissimo e si deve sentire. Ma la cucina non è solo questo.

Per dirne una, un fondo può richiedere anche un’intera giornata di lavoro: le ossa vengono tostate, le verdure rosolate lentamente, tutto cuoce per ore prima di essere filtrato e ridotto fino a ottenere poche cucchiaiate di liquido ricchissimo di sapore, insostituibile a ben pensarci. Lo stesso vale per molte riduzioni, per certi ragù e per certi sughi. Non sono semplicemente “quello che resta nel piatto”, ma una parte fondamentale della ricetta. Non un riempitivo, ma il punto in cui finiscono tecnica, tempo e concentrazione.

Considerandola da questo punto di vista, fare la scarpetta non può che essere un complimento: se non lasci nemmeno una goccia di salsa, stai dicendo che quel piatto era veramente buono. Difficile immaginare un cuoco offeso davanti a un piatto perfettamente pulito.

Chi ci ha convinti che fosse un gesto da cafoni?

La cattiva reputazione della scarpetta nasce soprattutto dal galateo ottocentesco, quando anche la tavola diventò un luogo in cui esibire buone maniere e autocontrollo. Il pane doveva accompagnare il pasto, guai a farlo diventare uno strumento per ripulire il piatto. In pratica, fare la scarpetta era troppo da popolani. Eppure aveva un’utilità pratica: evitare qualsiasi spreco.

Oggi non si fa la scarpetta per fame, ma perché quel sughetto è proprio un peccato lasciarlo lì. E quindi anche il galateo contemporaneo ha smesso di ragionare per divieti assoluti. Se fatta con discrezione, una scarpetta difficilmente scandalizza ancora qualcuno.

Perché si chiama proprio “scarpetta”?

Sull’origine del nome non esiste una risposta definitiva. Secondo la teoria più diffusa, il pane ricorda una piccola scarpa che passa sul fondo del piatto raccogliendo il sugo proprio come una suola sfiora il terreno. Altri fanno risalire il termine al verbo “scarpare”, usato in alcuni dialetti per indicare l’azione di raschiare o raccogliere ciò che rimane. C’è anche chi collega il nome all’idea di “calzare” perfettamente il fondo del piatto, senza lasciare nulla.

Questi piatti non hanno senso se non puoi fare la scarpetta

Diciamoci la verità: esistono piatti che sembrano progettati per essere mangiati fino all’ultima goccia.

Se vi servono esempi per rinfrescarvi la memoria, parliamo un momento del ragù. Dopo aver finito la pasta, quale persona sana di mente ignorerebbe tutto quel condimento avanzato?

La stessa cosa succede con la genovese, dove ore di cottura trasformano le cipolle in una crema così ricca da rendere quasi inevitabile il bis di pane. Ma anche il peposo, il cacciucco, le cozze alla marinara, il polpo alla luciana, la guancia brasata, l’ossobuco e tutte quelle preparazioni in cui il sughetto non è un accessorio, è il piatto stesso.

L’autocontrollo in questo caso non è una virtù, ma un difetto imperdonabile.

L’unica regola che vale davvero

Se c’è una cosa che il galateo continua a insegnare è che il buon gusto non dipende dai gesti, ma dal modo in cui vengono fatti.

La scarpetta non ha bisogno di mezzo filone di pane, né di movimenti degni di un tergicristallo. Basta un piccolo pezzo, usato con naturalezza, senza trasformare il piatto in una superficie da lucidare.

E soprattutto, vale la pena ricordarsi perché la stiamo facendo. Non per riempirci lo stomaco, ma per non lasciare indietro la parte che, molto spesso, racconta meglio di tutte il lavoro di chi quel piatto lo ha cucinato.

 

tags: Cibo

Ti consigliamo anche

Link copiato negli appunti