A giudicare dai tg, quasi non sta succedendo niente. Ma basta andare in questi giorni a fare la spesa nel Sud Italia, per capire che la situazione è parecchio diversa. Da giorni, sui social si moltiplicano foto e testimonianze di punti vendita in cui cominciano a mancare non soltanto i prodotti freschi, ma anche cassette d’acqua, pacchi di pasta e altri alimenti a lunga conservazione.
Dietro gli scaffali vuoti c’è lo sciopero degli autotrasportatori, una protesta iniziata quasi in sordina che nel giro di poche settimane si è allargata a buona parte del Mezzogiorno e ora sta iniziando a risalire la Penisola.
Le proteste infatti sono iniziate nei primi giorni di ottobre in Calabria e si sono progressivamente estese alla Puglia. Intorno al 14 ottobre la circolazione risultava già compromessa in diversi punti della rete viaria pugliese, mentre in Calabria e Sicilia si preparava il fermo programmato. Dalla mezzanotte del 16 ottobre, poi, è iniziato il fermo proclamato dal Comitato Trasportatori Siciliani. A macchia d’olio, la mobilitazione si è estesa anche in Campania, Basilicata e Molise, con presidi e blocchi lungo autostrade, svincoli, porti e aree logistiche. Da un paio di giorni ha raggiunto anche il Lazio, con presidi nei pressi dei caselli di Ferentino e Frosinone, lungo l’A1 in direzione Roma.
Perché protestano gli autotrasportatori
Al centro della protesta c’è l’aumento del prezzo del gasolio e il conseguente incremento dei costi sostenuti dalle imprese di autotrasporto. Secondo i diretti interessati, non si riesce ad assorbire i rincari e questo ha conseguenze particolarmente rilevanti per le piccole imprese e per i lavoratori autonomi.
E ancora. C’è la questione dell’aumento dei costi dei vettori marittimi, particolarmente rilevante per la Sicilia e per i collegamenti con le isole. E poi contributi e crediti d’imposta già previsti ma non ancora erogati. Gli autotrasportatori chiedono lo sblocco delle risorse e ulteriori interventi pubblici a sostegno del settore.
Ma non finisce qui. Alla mobilitazione degli autotrasportatori si sono aggiunte, in alcune aree, proteste e presidi che hanno coinvolto anche agricoltori, commercianti e pescatori.
Gli effetti della protesta
La protesta sta avendo conseguenze diverse nella Penisola. Le situazioni più critiche riguardano soprattutto alcune aree della Campania, della Calabria, della Sicilia e del Molise.
In Campania i blocchi hanno interessato, tra le altre, le zone di Carinaro, Nola e Maddaloni-Marcianise, oltre ad alcuni svincoli dell’A1 e dell’A30. In particolare, si registrano difficoltà di approvvigionamento nelle province di Napoli e Caserta. Anche a Ischia e Procida si segnalano serie difficoltà, sia per gli scaffali vuoti dei supermercati sia per la carenza di carburante.
In Calabria, in particolare nelle aree di Cosenza e Catanzaro, mancano frutta, verdura e latte fresco. I presidi riguardano anche alcune delle principali arterie regionali, tra cui la SS18, la SS106 e la SS534. In Sicilia, i supermercati di Palermo sono semivuoti, mentre l’area di Messina registra particolari difficoltà di approvvigionamento. Dopo l’incontro con il governo, il Comitato Trasportatori Siciliani ha revocato il fermo, mantenendo però lo stato di agitazione.
E ancora, si registrano gravi rallentamenti nella distribuzione di prodotti alimentari e carburante in Molise, in particolare a Isernia, ma anche in Puglia e Basilicata.
Dal 19 ottobre sono stati segnalati presidi anche nel Lazio, in particolare a Ferentino e Frosinone, sebbene non si registrino ancora carenze nei supermercati paragonabili a quelle del Sud Italia.
Perché i supermercati si svuotano così rapidamente

A questo punto, però, bisogna chiarire una cosa. Il problema non è che improvvisamente si produce meno cibo, ma che quel cibo fa più fatica ad arrivare dove dovrebbe. I blocchi e i presidi hanno rallentato o, in alcuni casi, impedito le operazioni di carico e scarico nelle piattaforme logistiche. Se i camion non riescono a raggiungere i magazzini o a ripartire verso i punti vendita, le consegne rallentano o si interrompono. E il risultato, alla fine della catena, si vede sugli scaffali. E fin qui tutto logico.
Naturalmente questo ha una conseguenza più impattante sui prodotti freschi, perché frutta, verdura, latte e latticini, carne e pesce sono tra gli alimenti che deperiscono più in fretta. Dunque sono necessari rifornimenti frequenti e, in molti casi, devono viaggiare e rimanere stoccati rispettando la catena del freddo. Il rallentamento nella distribuzione che sta avvenendo in questi giorni ha conseguenze più immediate per questi prodotti rispetto ad alimenti a lunga conservazione come pasta, conserve, legumi e simili.
Anche perché la grande distribuzione lavora con scorte limitate, soprattutto quando si parla di prodotti deperibili. Se le consegne si fermano, non passa troppo tempo prima che la situazione diventi evidente anche nei punti vendita.
E poi c’è un secondo fattore. Nelle zone in cui hanno iniziato a scarseggiare alcuni prodotti è partita anche la corsa alle scorte (e questo è molto umano). Si compra più del normale e così le quantità si esauriscono più in fretta.
Gli scaffali vuoti sono effettivamente soltanto una parte del problema. Le conseguenze di un blocco di queste proporzioni riguardano anche la merce che deve spostarsi dal luogo di produzione alla logistica e poi ai punti vendita. Per gli alimenti più deperibili, l’allungamento dei tempi di trasporto o di stoccaggio aumenta inevitabilmente anche il rischio che i prodotti si deteriorino e finiscano per essere sprecati.
Cosa ha annunciato il governo
Nel frattempo, il 20 ottobre il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini e il viceministro Edoardo Rixi hanno annunciato la disponibilità immediata di 480 milioni di euro per le domande presentate fino ad agosto. L’obiettivo dichiarato è arrivare a oltre un miliardo di euro complessivo, considerando ulteriori risorse, il credito d’imposta sul gasolio e i fondi destinati al rinnovo del parco mezzi.
La questione, però, non si chiude qui. Per il 27 ottobre è previsto un nuovo tavolo al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, durante il quale si dovrebbe fare il punto sui pagamenti e sulle risorse per settembre e ottobre. Sul tavolo ci sarà anche una proposta per adeguare le tariffe di trasporto all’andamento del costo del gasolio.
Per il momento gli annunci non sono bastati a fermare completamente la mobilitazione. Proseguono i blocchi in Campania, Calabria e Puglia e le associazioni chiedono che agli impegni annunciati seguano provvedimenti e pagamenti concreti.
Cosa può succedere nei prossimi giorni
Ci piacerebbe avere una risposta concreta a questa domanda, ma è necessario mantenere una certa cautela.
Un elemento da monitorare è l’evoluzione dei presidi ancora attivi, anche in vista del nuovo tavolo previsto per il 27 ottobre. In Sicilia sarà invece da verificare se la revoca del fermo porterà a una progressiva normalizzazione dei rifornimenti.
Quello che appare sempre più chiaro è che una situazione come questa non può più essere ignorata e richiede una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Non un ennesimo DDL Sicurezza, quindi, quanto piuttosto una maggiore attenzione ai diritti dei lavoratori e dei cittadini.