La pasta è un’istituzione nazionale, ogni italiano ha i suoi formati preferiti, quelli che sembrano scritti nel DNA culinario, e poi ci sono quelli che meritano un destino meno glorioso. Il mercato offre una quantità infinita di forme, alcune nate dalla tradizione, altre dal genio creativo (o dalla follia) dei designer alimentari. Alcune tengono bene il sugo che, invece, su altre scivola via; alcune cuociono perfettamente, altre richiedono più attenzione. In mezzo a tutto questo, ci sono quei formati che finiscono inevitabilmente sulla lista nera. Formati troppo grandi, troppo piccoli, troppo rigidi o troppo strani, che rovinano il piatto anche prima di arrivare in tavola.
Penne lisce

Le penne lisce sono il classico esempio di pasta che ti fa dubitare delle tue capacità culinarie. Il condimento scivola via come se stesse partecipando a una gara di velocità, lasciandoti davanti a un piatto con il sugo tutto sul fondo e la pasta tristemente scondita. Certo, il discorso non vale per la vera pasta di Gragnano, dove la tradizione e la trafilatura al bronzo salvano la situazione. Per tutte le altre, invece, ogni boccone diventa un esercizio di equilibrismo: devi immergerle nel sugo, e quando finalmente ci riesci, metà del condimento è già fuggito. Perfette solo se il tuo obiettivo è servire una pasta quasi asciutta o fare una performance di precisione con cucchiaio e forchetta. Decisamente meno indicate per chi ama i condimenti.
Candele

Le candele non sono certo un formato che passa inosservato: cilindriche, lunghe e generosamente spesse. Devono il loro nome alle vere candele, e sì, il richiamo visivo è azzeccato, ma in cucina la poesia finisce lì. Con un diametro maggiore degli ziti, non puoi certo prenderle come spaghetti, perché il rischio di macchiarti è altissimo. Bisogna spezzarle, ridurle a pezzi più gestibili, e a quel punto ti chiedi che senso abbia sacrificare la loro forma originale. Sono perfette con sughi corposi, come il ragù alla bolognese, ma la loro imponenza le rende più un esercizio di pazienza che una gioia per il palato. Ogni forchettata diventa un piccolo rompicapo tra sugo che cerca di scivolare via e bocconi troppo grandi per essere affrontati con grazia.
Ruote

Le ruote hanno un fascino tutto loro, certo, sembrano uscite da un cartone animato preistorico, pronte a farci fare un viaggio a bordo di una macchina del tempo stile Fred Flintstone. Peccato che, in cucina, il loro appeal finisca lì. Prenderle con la forchetta è un’impresa degna di un gioco olimpico: ne afferri una alla volta, se sei fortunato due, e con il cucchiaio la situazione non migliora granché. Il sugo sembra deciso a sfuggire da ogni incavo, e quando finalmente riesci a mangiarle ti accorgi che alcune ruote al centro restano ancora un po’ durette, una cottura decisamente imperfetta. Insomma, le ruote funzionano bene come materia da lavoretto, colorate con la tempera e incollate a un foglio, ma in cucina restano un formato da sopportare con coraggio e un pizzico di rassegnazione.
Formati con disegni o lettere

Le paste con disegni e lettere sono un tripudio per gli occhi, divertenti e talvolta colorate, perfette per conquistare i bambini, ma decisamente poco serie in tutti gli altri contesti. Ogni boccone è un piccolo enigma: il sugo fatica a restare intrappolato tra le forme più strane, alcune cuociono male e rimangono durette al centro, altre sono semplicemente discutibili. In alcune confezioni, il divertimento si spinge oltre con forme falliche, un dettaglio che fa sorridere ma che al palato non aggiunge nulla. Insomma, tutto bello da guardare, ma a tavola? L’esperienza gustativa rimane povera e frustrante: questi formati sembrano progettati per l’intrattenimento, e non sempre hanno successo.
Farfalle

Le farfalle sono amate da molti, probabilmente perché ricordano qualcosa di grazioso, leggero, quasi romantico. Ai lati cuociono in fretta, sottili e delicate, mentre al centro resta quel nodo spesso e impenetrabile che nemmeno venti minuti di bollitura riescono a piegare. Il risultato è un morso bipolare: prima molle, poi improvvisamente gommoso. E non parliamo del sugo, che resta intrappolato solo nelle pieghe esterne lasciando il cuore centrale completamente scondito, come se la pasta avesse deciso autonomamente quali parti meritano sapore e quali no. Popolare sì, ma spesso più per estetica che per effettiva resa in tavola: le farfalle stanno bene nelle insalate di pasta delle feste, rigorosamente abbandonate al sole, meno quando si cerca un piatto serio.
Elbow maccheroni

Gli elbow macaroni sono l’emblema della pasta che vuole sembrare qualcosa di diverso senza riuscirci davvero. In pratica sono maccheroni, ma piegati. Ma a cosa serve la curva? Non favorisce il condimento, non migliora la masticazione, non semplifica la presa con la forchetta. Rimangono troppo piccoli per essere soddisfacenti. Non hanno la dignità robusta del maccherone tradizionale, né la comodità di un formato corto classico. Stanno in quella zona grigia dei formati di pasta che esistono per abitudine, più che per reale necessità. Se vuoi i maccheroni, esistono versioni migliori.
Dischi volanti

I dischi volanti hanno una storia affascinante, legata agli avvistamenti extraterrestri del dopoguerra e al genio creativo di un pastaio che decise di trasformare l’ufologia in formato commestibile. Romantico? Forse. Utile? Decisamente meno. Anche qui ci troviamo davanti a uno dei formati di pasta che vive più di estetica che di sostanza. La forma incuriosisce, conquista i bambini e fa sorridere i grandi, ma al momento di cuocerla emergono i problemi. Il condimento fa fatica a distribuirsi in modo uniforme, accumulandosi solo in certe zone. E quando arriva il momento di mangiarli, la situazione non migliora: infilarli con la forchetta è un’impresa e il risultato è un piatto più laborioso che appagante, dove la scenografia batte il gusto ai punti.
Radiatori

Qui la fantasia non manca, bisogna riconoscerlo, ma resta una domanda fondamentale: perché dovremmo mangiare qualcosa che imita un termosifone? Capisco l’ispirazione meccanica, capisco l’omaggio al design industriale, ma a che pro trasformare la pasta in un oggetto che mi ricorda che devo pagare la bolletta del gas? La forma cilindrica e ondulata promette di trattenere il sugo in ogni fessura, sì, ma a quale prezzo? Al morso ci si chiede se si sta mangiando pasta o masticando un componente d’arredo. La consistenza varia da zona a zona, con parti più spesse e parti più sottili che cuociono in tempi diversi. Il risultato è un’ibridazione tra esperienza gastronomica e manutenzione domestica. Scenografici, certo, ma resta il dubbio sulla reale utilità resta.
Pipe

Le pipe appartengono alla categoria dei formati di pasta che vengono scelti più per la forma che per la sostanza. Hanno quell’aspetto buffo e sinuoso che strappa un sorriso, ma una volta nel piatto non è chiaro quale sia il loro vero obiettivo. Trattengono il sugo, sì, ma spesso in modo sproporzionato, trasformando ogni boccone in una piccola valanga di condimento bollente pronta a ustionarti. Non hanno una personalità ben definita, né tradizionali né innovative, semplicemente lì, a metà strada tra il gioco e la tavola. Ti lasciano il dubbio che l’intenzione fosse far ridere prima ancora che saziare.
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