10 mode gastronomiche che vorremmo cancellare

Dalla carbocrema ai burger spiaccicati, dai pokè senz’anima ai cornicioni gonfi come canotti: abbiamo superato il limite. Ecco una lista semiseria (ma neanche troppo) delle mode gastronomiche che potremmo serenamente cancellare.

10 mode gastronomiche che vorremmo cancellare - immagine di copertina

Nel mondo del food, ci sono mode gastronomiche che nascono, si diffondono come un virus su Instagram e poi, anche quando tutti fingono di essersene stancati, restano lì, come la sabbia dopo una giornata al mare. Sono quelle tendenze che non riesci più a scrollarti di dosso, anche se lo vorresti con tutto te stesso.

Ogni volta ce n’è una che promette di rivoluzionare tutto: un ingrediente nuovo, una ricetta diversa, un format mai visto prima. Ma basta qualche settimana e tutto si appiattisce, replicato all’infinito da bar, bistrot e catene che rincorrono l’hashtag del momento. E allora eccoci qua, a fare un piccolo atto di purificazione collettiva: una lista di cose che potremmo serenamente archiviare, per il momento o magari anche per sempre.

Smash burger, ma perché?

È l’hamburger, ma più croccante. Che in realtà significa: spiaccicato con rabbia sulla piastra finché non resta più traccia di succo, vita o dignità. La carne schiacciata nasceva come street food veloce, oggi è diventata la scusa perfetta per far passare per gourmet un panino bruciacchiato. Ogni volta che ne addenti uno e senti solo crosta, ricorda: il marketing vince, la succulenza perde.

La carbocrema, in qualsiasi forma

C’è chi la fa con la panna, chi con il mascarpone, chi con la robiola. E poi c’è chi ha deciso che bastava chiamarla cremosa per giustificare ogni cosa. La verità è che la carbonara non ha bisogno di crema: la crema è l’uovo. Tutto il resto è un insulto servito tiepido. Ma no, continuiamo pure a vedere carbonare rivisitate in ogni bistrot che si rispetti, magari con guanciale vegano e spaghetti di zucchine. Che dire: coraggio, Roma ti giudica.

L’apericena, il male che non muore mai

Lo davamo per morto e sepolto, invece riappare ogni estate come una zanzara recidiva. Quei buffet infiniti di cous cous freddo, pasta scotta e tartine con paté misterioso: un concentrato di nostalgia dei primi Duemila e del concetto “tanto è tutto incluso”. L’apericena è la zona grigia dell’alimentazione: troppo tardi per la cena, troppo presto per pentirsi. Una zona grigia anche nel nome: né aperitivo, né cena, un ibrido spaventoso che vuole rappresentare un’idea di convivialità che però, in realtà, è solo il preludio al mal di stomaco.

Rainbow uramaki e altri maki tristi

Nel suo Paese d’origine, il sushi è un gesto di precisione e rispetto. Dalle nostre parti, è diventato una palette Pantone con salsa teriyaki. Avocado, maionese, Philadelphia, topping colorati e salse rosa shocking: il sushi 2.0 sembra uscito da un laboratorio di unicorni. Il Giappone, quello vero, guarda e scuote la testa. Noi dovremmo fare lo stesso, ma ormai ci siamo abituati all’idea che tutto debba essere instagrammabile, anche un roll di riso e salmone.

Matcha ovunque

C’era una volta il tè verde. Poi arrivò il matcha everything. Pancake al matcha, tiramisù al matcha, brioche, deodorante, shampoo, probabilmente anche vernice per muri al matcha. Un bel colore, certo. Ma il suo sapore, spesso, è solo un pretesto per sentirsi più zen di quello che siamo davvero. Spoiler: non basta bere un latte verde per diventare una persona migliore.

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Bubble tea, o l’ansia in bicchiere

Carino, scenografico, pieno di palline gommose che si muovono come meteoriti in un liquido zuccherato. Peccato che berlo sia un’esperienza più vicina a un test di apnea che a una pausa rilassante. Non sai se sorseggiare o masticare, e ogni bolla è una sorpresa (spesso indesiderata). Nato come street drink asiatico, trasformato in gadget pop. Da bevanda a performance.

Avocado, il frutto che colonizzò il mondo

Un tempo era esotico, oggi è onnipresente. Sui toast, nei burger, nelle insalate, nei gelati, nei cappuccini, persino nei dolci vegani guilt-free. L’avocado è diventato la foglia di fico dell’alimentazione globale: basta aggiungerlo per sentirsi healthy.
Ma, detto tra noi, ha un impatto ambientale enorme, non è nemmeno locale, e soprattutto ha rotto.

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Pokè, la ciotola del nulla

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All’inizio sembrava il cibo del futuro: fresco, colorato, bilanciato. Ora è la mensa del presente. Il pokè è il fast food travestito da pasto fitness: riso bianco, tonno crudo e tre cucchiai di salsa di soia. In certi casi, la versione “premium” prevede il surimi a cubetti. Sano? Forse. Emozionante? Mai. Ma almeno si mangia in ciotola, che fa tanto minimalismo tropicale.

Le pizze col mega cornicione (figurati ripieno)

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Una volta si litigava tra “napoletana o romana”. Poi qualcuno ha deciso che la vera evoluzione fosse gonfiare i bordi fino all’estremo. Il cornicione è diventato una forma di status. Anzi, un ring gonfiabile di carboidrati che spesso nasconde più ricotta che impasto. L’idea di leggerezza e equilibrio si è persa: ogni morso è una montagna di pane con solo un accenno di condimento al centro. Siamo passati dal “meno è meglio” al “di più è più”. E il risultato, spesso, è una pizza che si taglia con la forchetta e si finisce solo per dovere.

Schiacciata ripiena (con buona pace dell’Antico Vinaio)

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Sì, è buona. Ma è anche un’esperienza borderline tra il pasto e la sfida fisica. Ogni morso è una lotta tra te, la burrata pistacchiosa e la forza di gravità. Un panino che sembra pensato per Instagram prima che per la bocca. L’Antico Vinaio l’ha trasformata in icona, simbolo di abbondanza e orgoglio toscano. Ma da quel successo sono nati mille cloni: paninoteche che replicano lo stesso format, stesse farciture esagerate, stesso taglio “godurioso” pronto per la foto.

Concludiamo

Alla fine ci teniamo a dire che il problema non sono i piatti in sé, sono le persone che li hanno trasformati in fenomeni da circo. Il cibo non è più una cosa che si mangia: è un modo per dire chi sei, cosa leggi, dove vai in vacanza e quante volte ti lavi il viso al giorno. Abbiamo confuso il gusto con il branding e ci ritroviamo a masticare tendenze, convinti di essere originali mentre facciamo tutti la stessa foto. Forse basterebbe ricordarsi che non tutto deve finire in una story e che si può ordinare una carbonara o addentare un panino senza doverli immortalare da tre angolazioni.

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