AIKI, il yokocho giapponese che Roma non aveva ancora

Scopri AIKI, il yokocho giapponese in zona Portuense a Roma. Dai gyoza fritti al katsukare, dal sashimi fresco al sakè selezionato, fino ai dolci giapponesi più sorprendenti: un’esperienza autentica che unisce cucina nipponica e atmosfera da pub giapponese.

AIKI, il yokocho giapponese che Roma non aveva ancora - immagine di copertina

Nascosto tra le vie tranquille della Portuense c’è un posto che non assomiglia a nessun’altra izakaya romana. Si chiama AIKI e non a caso: qui non si parla di izakaya, ma di yokocho, un termine che in Giappone indica quei vicoli pieni di piccoli pub dove si beve, si chiacchiera e si mangia qualcosa di buono in un’atmosfera rilassata. Ed è proprio questo lo spirito del locale, più conviviale, più disinvolto, ma con un’attenzione al dettaglio che ti fa capire subito che dietro c’è una visione precisa.

Appena seduti ci portano un piccolo benvenuto, un pulisci palato tradizionale che sembra una lingua di gatto con dentro un ripieno alla fragola. Dolce, ma non stucchevole: pulisce davvero il palato e prepara la bocca ai sapori che verranno. È un gesto semplice, ma già ti fa capire che qui nulla è lasciato al caso.

Sfogliando il menù si nota subito la differenza rispetto a una classica izakaya: pochi piatti, solo otto, e una carta degli alcolici curata quasi come quella di un bar giapponese. Sakè, cocktail con influenze nipponiche, birre selezionate. Non troppi piatti, ma scelti con intelligenza, per lasciare spazio al bere e alla chiacchiera, come nei veri yokocho di Tokyo o Osaka.

Gli antipasti

Come antipasto abbiamo iniziato con dei gyoza di maiale e verdure deep fried. Non i soliti ravioli al vapore, ma fritti: croccanti fuori e morbidi dentro. Onestamente tra i migliori gyoza che abbia mai mangiato. La frittura gli dona una consistenza completamente diversa, più interessante, e li rende quasi irresistibili. A seguire, onigiri con katsuobushi e maionese: due piccoli bocconi di riso avvolti in alga nori, semplici ma perfetti.

I piatti principali

Poi arrivano i piatti principali. Il katsukare è esattamente come dovrebbe essere: riso bianco, curry giapponese, salsa tonkatsu e una sovracoscia di pollo impanata che fa venire voglia di ordinarne subito un altro. Autentico, bilanciato, uno di quei piatti che scaldano e soddisfano. Il piatto era talmente buono che mi sono ricordato di fare la foto solo a metà strada tra un boccone e l’altro. Scusate, ma il profumo ha vinto sulla professionalità.

Eppure è il sashimi di pescato del giorno a rubare la scena. Il piatto si chiama hitashita sakana, e viene servito con una salsa speciale molto calda che, versata sul pesce, lo cuoce leggermente cambiandone sapore e consistenza. È un piatto spettacolare, sia per l’idea che per il risultato. Il pesce resta tenero, la salsa lo trasforma e il contrasto caldo-freddo è di quelli che ti restano in mente.

Sakè e dolci

Per accompagnare la cena abbiamo scelto due calici di sakè, consigliati dalla cameriera e dal sakè sommelier (e proprietario) Carlo Cocorullo: un Dassai 45 e un Junmai Dai Ginjo. Entrambi raffinati e perfetti con i piatti, ma soprattutto raccontati con passione. Carlo ci ha spiegato che il sakè non è poi così alcolico come molti credono: si parte da gradazioni di 7 gradi, e anche le versioni più forti restano comunque molto bevibili. Dettagli che solo chi ama davvero quello che fa riesce a trasmettere con tanta naturalezza.

A chiudere la cena, i dolci. Io di solito non impazzisco per i dessert giapponesi, ma stavolta mi sono dovuto ricredere. Abbiamo preso un dorayaki e un brownie al matcha e cioccolato, entrambi serviti caldi. Pieni, aromatici, equilibrati. Probabilmente i migliori dolci giapponesi che abbia mai assaggiato.

Concludiamo

Prima di andare via ci siamo fermati a scambiare due chiacchiere con Carlo, il proprietario. Una di quelle persone che ti contagiano con il loro entusiasmo: professionale, genuino, con una passione evidente per il Giappone e per la cultura che prova a portare a Roma.

Il conto finale da Aiki è stato di circa 70 euro, prezzo onestissimo contando la qualità del cibo mangiato e di quello che abbiamo bevuto.

Niente fronzoli, niente cliché: Aiki è un piccolo yokocho romano dove si mangia da dio, si beve meglio e si torna volentieri. Se pensi di conoscere già la cucina giapponese, qui scopri che c’è ancora molto da assaggiare.

 

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