L’Oasi Kadir è una splendida azienda agrituristica alle porte di Roma che si estende su un terreno di circa 200 ettari ed è gestito dal 2013 da una famiglia di origini libiche. È ironico che proprio il giorno prima di andarci abbia visto in tv Ritorno al Futuro, dove Emmett Doc Brown veniva impallinato da un gruppo libico. Ma sono certo che l’accoglienza nei miei confronti sarà di gran lunga migliore, nonostante il posto si trovi in zona Cinquina, che a Roma è anche sinonimo di sonoro sganassone dato a piena mano.
Il tragitto per arrivare è, per certi versi, sorprendente. Siamo praticamente a pochi passi dal caos metropolitano della Bufalotta ma sembra di stare in aperta campagna. Via della Marcigliana ricorda la stradina imboccata da Benigni e Troisi in Non Ci Resta Che Piangere, ma invece di arrivare a Frittole ti catapulta nel cuore della riserva naturale e infine – dopo aver superato la casa di riposo “Oasi Salus”, dove naturalmente sono entrato per sbaglio – ti porta all’Oasi giusta, la Kadir. Il maestoso portale d’accesso è, per certi versi, come uno stargate: l’ingresso in un altro mondo.
Arrivo con discreto anticipo in modo da poter fare due passi in questa enorme tenuta, visitare (e possibilmente saccheggiare) il punto vendita interno e infine ammirare lo splendido panorama che si gode da qui. Il gentilissimo Murad, amministratore dell’azienda, mi accompagna tra uliveti e vigneti e mi spiega che qui pascolano circa 800 ovini, oltre a un centinaio di bovini da lattazione e macellazione. A pochi metri, li osserva con aria compiaciuta – e ti credo – l’unico toro da monta dell’Oasi. Ha l’espressione soddisfatta e due occhiaie tipo Ray-Ban Aviator, gli manca solo la sigaretta.

L’agriturismo dispone di una bella area all’aperto con tavoli, dove la domenica si può fare il brunch, e di una piccola fattoria didattica dedicata ai bambini che possono tormentare caprette, galline e volatili vari. Ci sono persino degli emù, che non sono i ragazzetti con la pettinatura a schiaffo e la frangetta asimmetrica come la bocca di Sylvester Stallone, bensì grandi uccelli simili agli struzzi ma meno aggressivi e dispettosi.

L’appetito inizia a farsi sentire e mi dirigo verso il ristorante che si sviluppa in due ambienti: la sala interna ha un’atmosfera molto confortevole, la presenza del camino la rende perfetta soprattutto nelle giornate invernali. L’altra sala all’esterno è una luminosissima veranda con vetri scorrevoli, da cui si gode una magnifica vista su tutta l’area. Un posto sicuramente più soddisfacente a pranzo che a cena.

Il ristorante è aperto dal 2019, ma da circa un mese la cucina è stata presa in gestione da Daniel Celso (conosciuto per le sue esperienze all’Osteria dell’Ingegno e da Follis) e Salvatore Fancello. I due si conoscono dai tempi della collaborazione presso la Glass Hostaria della fuoriclasse chef stellata Cristina Bowerman. Daniel mi spiega che il 90% degli ingredienti utilizzati è prodotto direttamente all’interno dell’Oasi e che, di conseguenza, il menu può variare settimanalmente a seconda di ciò che viene macellato o raccolto. Definisce la sua cucina come tradizionale rupestre con piccoli riferimenti ai profumi e ai sapori mediterranei. Quando parla di questa nuova avventura ha gli occhi felici e illuminati (come quando io vidi per la prima volta un film con Edwige Fenech).
È ora di sedersi a tavola e degustare la loro proposta. Vista l’origine e il credo dei proprietari, il menu non prevede carne di maiale e alcolici. È però possibile portarsi il vino da casa (io avevo con me un Pinot Nero “Claudia Augusta”) e, se proprio non potete farne a meno, due coppiette nel taschino della giacca.

Falafel con babaganoush e hummus, polpettine di kebab
Si inizia con una serie di assaggini, che mi esalta quasi quanto la Roma prima in classifica. A parte gli ottimi falafel (accompagnati da babaganoush e da hummus di ceci serviti con cracker ai semi) e le polpettine di kebab (con salsa allo yogurt e tahina accompagnate da verza al finocchietto), il resto è un trionfo di quinto quarto, ovvero gli scarti dell’animale macellato. Roba per stomaci forti, adatta a chi vede la serie Netflix Monster con nonchalance.

Mini-sandwich di lingua, cervello, spiedino di fegato e fichi
Arrivano infatti, in rapida successione, un mini-sandwich di lingua di vitello con salsa verde e maionese aromatizzata (con cui ho fatto una delle pomiciate più appassionate della mia vita), un clamoroso cervello fritto croccante fuori e scioglievole dentro, delle delicatissime animelle di agnello, un tenerissimo cuore di manzo appena scottato, un eccezionale spiedino di fegato e fichi che ho ingoiato con la stessa abilità del mangia-spade Shezan e, come colpo di grazia (soprattutto per l’alito), un ovetto al coccio con coratella di agnello e cacio. Ho mangiato tutto con talmente tanto entusiasmo che persino Hannibal Lecter sarebbe fiero di me.

Cuore di manzo e ovetto al coccio
Dopo aver divorato i sei sesti del quinto quarto più buono che abbia mai assaggiato, mi sento sazio e senza fiato come se fossi salito a piedi in cima alla Torre degli Asinelli portando due sacchetti di cemento Vetonek in spalla. Ma Daniel oggi ha deciso di non avere pietà di me e porta in tavola degli squisiti maltagliati con fagioli e polpettine di pecora. In effetti, dopo tante proteine, avevo proprio bisogno di qualche carboidrato.
Il mio girovita, al pari di un’eclissi solare, inizia a oscurarmi la punta dei piedi (e io porto il 45), quando all’improvviso arriva anche una selezione di latticini prodotti qui: pecorino, caciocavallo, mozzarella e una ricottina a forma di cuore. A proposito di cuore, dopo questo tagliere ho le pulsazioni di un colibrì.

Neanche il tempo di chiamare il ReCUP e prenotare una visita cardiologica che ecco giungere a tavola l’agnellone arrosto (disossato, arrotolato e speziato come fosse porchetta) con sumac (una spezia dal sapore acidulo simile al succo di limone molto usata nella cucina mediorientale), labneh (un formaggio simile allo yogurt greco) e carote. L’ho trovato davvero eccezionale, nonostante stia ormai scoppiando come un Beagle affetto da bulimia nervosa.

Agnellone
Per la cronaca – anche se da questo resoconto non si direbbe – il menu presenta delle varianti vegetariane che magari la prossima volta proverò.
Mi alzo dalla sedia gonfio come una delle mucche da lattazione qui fuori, tanto che vorrei distendermi sul prato accanto a loro. Ma poi rammento che lì a pochi metri c’è il toro da monta e, per non correre rischi di alcun tipo, salgo (a fatica) in sella allo scooter che (pure lui a fatica) mi riporta a casa.

È stata un’esperienza per molti versi unica, adatta a chi vuole rilassarsi e godersi una pausa dai ritmi frenetici e dai rumori di Roma senza dover necessariamente prendere residenza alla vicina Oasi Salus.
L’Oasi Kadir è un posto dove ritornerò sicuramente, magari a provare altre frazioni dell’animale, come il quarto anteriore e il quarto posteriore. Di certo ne uscirò migliore, soprattutto in algebra.