Ci sono parti di animale che in Italia e in gran parte dell’Europa non arrivano quasi mai nei nostri piatti. Alcune fanno parte del cosiddetto “quinto quarto”, altre sono ancora più estreme e raramente presenti nei mercati occidentali. Eppure in molte zone dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina vengono consumate regolarmente, spesso considerate prelibatezze o simboli di cucina tradizionale.
Non si tratta di giudicare, ma di capire come la cultura influenzi ciò che consideriamo “accettabile” a tavola.
Sommario
Perché alcune parti vengono rifiutate

Molte di queste parti appartengono all’offal, cioè frattaglie e tagli non muscolari. In passato, soprattutto in contesti di povertà, venivano consumate per non sprecare nulla dell’animale. Oggi, in Occidente, prevale la scelta di tagli considerati “nobili”, come filetto o petto, più facili da cucinare e più neutri dal punto di vista visivo.
I motivi del rifiuto sono diversi. Prima di tutto la consistenza: molte di queste parti sono gelatinose, cartilaginee o fibrose e richiedono lunghe cotture. Poi c’è un fattore psicologico: alcune evocano in modo troppo diretto l’anatomia dell’animale, creando disagio. In altri casi entrano in gioco norme sanitarie, come quelle introdotte dopo la crisi della BSE negli anni ’90, che hanno limitato l’uso di alcune parti considerate a rischio.
Infine c’è un aspetto culturale. Dopo gli anni ’50, l’industria alimentare ha promosso tagli puliti, confezionati e standardizzati. Questo ha progressivamente allontanato il consumatore dall’idea di mangiare l’animale nella sua interezza.
Perché alcune sono ancora meno diffuse
Ci sono poi parti che superano il concetto tradizionale di quinto quarto. Sono meno diffuse perché toccano funzioni considerate intime o poco “presentabili”: organi legati all’escrezione, alla riproduzione o ai sensi.
Spesso richiedono una lavorazione molto complessa e non esiste una tradizione consolidata in Italia che le renda familiari. Non si trovano facilmente nei mercati e sono legate a contesti molto specifici. Per provarle bisogna superare una barriera culturale prima ancora che culinaria.
Guance di pesce

Le guance di pesce sono piccole porzioni di carne situate sotto gli occhi. In Giappone e in Cina vengono apprezzate per la consistenza delicata e leggermente gelatinosa, spesso servite nel sushi o grigliate. In Occidente sono quasi assenti perché la quantità è minima e l’estrazione richiede precisione. A livello industriale non esiste una vera domanda, quindi restano uno scarto nella lavorazione del pesce.
Zampa di maiale

La zampa suina è ricca di collagene e viene consumata in Cina, Corea e in alcune tradizioni italiane legate alla cucina povera, come lo zampone natalizio. Dopo lunghe bolliture diventa morbida e gelatinosa. Molti la evitano per l’aspetto, che include pelle spessa e unghie. Inoltre durante la cottura può sviluppare odori forti.
Orecchie di maiale

Le orecchie di maiale sono diffuse in Cina e in Thailandia, dove vengono bollite e poi fritte o servite in insalata. Hanno una consistenza croccante data dalla cartilagine. In Europa sono rare perché l’aspetto è considerato poco appetibile e la preparazione richiede pulizia accurata e doppia cottura. La forma riconoscibile genera una reazione di rifiuto in molti consumatori.
Zampe di pollo

In Asia orientale sono comuni in zuppe e dim sum. Sono ricche di collagene e molto nutrienti. Dopo lunga cottura diventano morbide e gelatinose. In Europa sono poco consumate perché l’aspetto con artigli e pelle squamosa viene percepito come sgradevole. Non esistono divieti religiosi o sanitari diffusi, ma prevale un rifiuto culturale.
Guance bovine

Le guance bovine sono muscoli facciali molto lavorati e quindi ricchi di tessuto connettivo. Con cotture lunghe diventano tenerissime e sono utilizzate in alcune cucine tradizionali per brasati e ragù.
Non sono diffuse perché richiedono tempi di cottura lunghi e non sono immediatamente disponibili nei supermercati. Il mercato privilegia tagli più semplici da preparare.
Muso di maiale

Il muso viene utilizzato in preparazioni come la “testina” o formaggi di testa. È composto da cartilagine e tessuti compatti. Molti lo evitano per l’idea di scarsa igiene, dato che è una parte esposta dell’animale. Richiede pulizia molto accurata e cotture prolungate.
Occhi animali

In alcune zone della Cina e del Messico vengono consumati in zuppe o brodi. Hanno una consistenza gelatinosa con una parte più soda al centro. Sono quasi assenti in Europa per un forte tabù simbolico. L’idea di mangiare un occhio genera una reazione emotiva intensa, legata al significato culturale dello sguardo e dell’identità.
Midollo spinale

Il midollo spinale è stato consumato in passato in alcune tradizioni, ma dopo la crisi della BSE molte parti del sistema nervoso centrale sono state classificate come materiale a rischio specifico (MSR) e soggette a restrizioni nell’Unione Europea.
Oggi è rarissimo nei mercati occidentali, anche per la forte associazione con rischi sanitari.
Vescica urinaria

In alcune cucine asiatiche viene bollita e inserita in zuppe. La consistenza può diventare croccante dopo adeguata preparazione.
In Europa è quasi totalmente assente per motivi legati alla funzione dell’organo e all’odore potenziale. Il rifiuto è soprattutto psicologico.
Zampe di anatra

Diffuse nel Sud-est asiatico, vengono servite in zuppe o fritte. Sono considerate ricche di collagene. In Occidente non sono vietate, ma non fanno parte della tradizione culinaria e non vengono richieste dal mercato.
Vagina e utero bovino
In alcune tradizioni italiane legate al quinto quarto, come a Palermo o in Toscana, vengono bolliti e serviti in insalata. Nascono come piatti di cucina povera, dove nulla veniva sprecato. Altrove sono quasi sconosciuti e generano forte rifiuto per il legame con la funzione riproduttiva. Non esistono divieti generali, ma la barriera culturale è molto alta.
Oltre il gusto: una questione culturale
Il modo in cui scegliamo cosa mangiare dipende dalla cultura, dalla storia e dall’educazione alimentare. Ciò che in un Paese è normale, in un altro può essere impensabile. Alcune di queste parti raccontano tradizioni antiche di rispetto per l’animale e di riduzione degli sprechi.
Conoscerle non significa doverle mangiare. Significa capire come il cibo sia profondamente legato al contesto in cui viviamo.
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