Se ci fosse un ingrediente rappresentativo di questi anni sarebbe l’oro alimentare: inutile, insapore, privo di contenuti, ma assolutamente appariscente.
L’oro alimentare è estremamente scenografico ed è simbolo di lusso e sfarzo. Un ingrediente che è andato molto di moda negli anni, per poi essere accantonato e ritornare in auge nell’epoca dei social.
Ma scherzi a parte: l’oro alimentare serve veramente a qualcosa o giusto a fare i fighi? È effettivamente sfarzoso o si tratta invece di uno specchietto per le allodole? E si usa ancora?
Ma soprattutto: a chi è venuto in mente?

Spoiler: non è stata una trovata da chef influencer.
L’oro nel cibo esiste da migliaia di anni. Nell’antico Egitto veniva utilizzato per preparazioni destinate ai faraoni, mentre nelle corti romane e medievali era il modo più diretto per comunicare potere e ricchezza. Se potevi permetterti di mangiare oro, significava che potevi permetterti tutto. Nel Medioevo europeo si arrivava a ricoprire interi animali con foglia d’oro durante i banchetti nobiliari. Non perché fosse buono, ma perché faceva scena. E quella scena, per chi sedeva a tavola, era tutto. E pensare che non si potevano nemmeno fotografare!
Poi è successo quello che succede sempre: le cose passano di moda, spariscono e poi tornano. Negli anni ’80, con Gualtiero Marchesi e il suo celebre risotto oro e zafferano, l’oro alimentare è rientrato dalla porta principale dell’alta cucina. Da lì in poi, il resto è marketing.
Come si produce l’oro alimentare
Qui la faccenda diventa quasi poetica.
Si parte da oro puro, generalmente a 23 o 24 carati, che viene lavorato fino a diventare sottilissimo. Parliamo di fogli con uno spessore di pochi micron, praticamente trasparenti. Il processo è un mix di tecnologia e artigianato: il metallo viene battuto, steso, raffinato fino a ottenere quella pellicola leggerissima che vedi appoggiata su un dolce o che galleggia in un cocktail.
Per legge è classificato come colorante alimentare, sigla E175. E questo dice già molto: non è un ingrediente, è una decorazione.
Proprietà e costo

L’oro alimentare non ha sapore, non ha odore e soprattutto non ha alcun valore nutrizionale. È biologicamente inerte, il che significa che il corpo non lo assorbe e lo elimina senza nemmeno accorgersene. Tradotto: mangi oro, ma per il tuo organismo è come se non esistesse. Non fa bene, non fa male (se è puro e certificato), ma non fa assolutamente niente. È, a tutti gli effetti, un effetto speciale.
E il prezzo? Qui c’è il paradosso. L’oro alimentare sembra costosissimo, ma in realtà non lo è quanto pensi. Una confezione di foglie può costare poche decine di euro, perché lo spessore è talmente ridotto che la quantità di materiale è minima.
La gente pensa di essere cool, e invece l’oro alimentare è un vorrei ma posso.
Si usa ancora?

Eccome se si usa.
Ricordo a Dubai quando mia madre ha insistito per pagare 18€ un cappuccino con foglia d’oro in un hotel sei stelle. Commento: “Sembra un cappuccino normale”. O ancora quando alla braceria turca la carne aveva due colonne con due prezzi molto diversi tra loro: normale o ricoperta da foglie d’oro. A proposito di bracerie turche – Salt Bae e company per intenderci – l’uso dell’oro non è l’unica cosa che non ho apprezzato. Leggi: Steakhouse turche: tutto fumo niente arrosto. E poi nei cocktail: i drink con la foglia d’oro fanno davvero figo.
Tutto per darti l’experience instagrammabile che stai cercando. Tutto per farti sentire, per un attimo, più ricco di quello che sei.
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