Cinque ingredienti che i grandi chef hanno reso celebri

Alcuni ingredienti sono diventati simboli della cucina contemporanea grazie all'intuizione di grandi chef. Un viaggio tra 5 prodotti che, attraverso piatti iconici, hanno cambiato il modo di essere raccontati e interpretati.

Cinque ingredienti che i grandi chef hanno reso celebri - immagine di copertina

Ci sono prodotti che fanno parte della nostra cucina da centinaia di anni e altri che, fino a poco tempo fa, conoscevano soltanto in pochi. Eppure, a volte basta il piatto giusto per cambiare tutto. Gli ingredienti resi celebri dagli chef non sono quasi mai invenzioni: sono prodotti che, grazie all’intuizione di un grande cuoco, hanno iniziato a essere associati a una ricetta, a un ristorante o addirittura a un intero modo di intendere la cucina.

Succede quando uno chef riesce a valorizzare un ingrediente meglio di chiunque altro, trasformandolo nella propria firma. Da quel momento quel prodotto smette di essere uno fra tanti e diventa parte dell’immaginario collettivo, ispirando altri cuochi e influenzando il modo in cui viene utilizzato anche fuori dall’alta ristorazione. Ecco cinque ingredienti che, grazie ad alcuni dei più grandi chef del mondo, hanno scritto una pagina importante della gastronomia contemporanea.

I Paccheri e la firma della famiglia Cerea

I paccheri fanno parte della tradizione campana da molto prima che arrivasse l’alta cucina contemporanea. Eppure, se oggi questo formato di pasta è associato nell’immaginario di tanti appassionati a un preciso piatto, il merito è della famiglia Cerea e del ristorante Da Vittorio. La storia inizia con Vittorio Cerea, fondatore del locale, che durante un viaggio negli Stati Uniti rimase colpito da una pasta mantecata direttamente davanti al cliente. Tornato in Italia decise di reinterpretare quell’idea con un ingrediente simbolo della nostra cucina: il pomodoro. Nacque così una ricetta destinata a diventare una delle firme più riconoscibili della ristorazione italiana.

Negli anni i figli Enrico, conosciuto da tutti come Chicco, e Roberto, detto Bobo, hanno perfezionato il piatto fino a renderlo uno dei simboli del ristorante. Dietro quella che può sembrare una semplice pasta al pomodoro si nasconde un lavoro estremamente preciso: vengono utilizzate diverse tipologie di pomodoro per ottenere il giusto equilibrio tra dolcezza e acidità, la salsa viene lavorata con grande attenzione e la mantecatura finale, eseguita tradizionalmente davanti al tavolo, è parte integrante dell’esperienza.

Con il tempo quella ricetta è diventata una delle più imitate dell’alta cucina italiana e ha contribuito a dare ai paccheri un ruolo diverso rispetto al passato.

Il black cod al miso di Nobu Matsuhisa

Prima che Nobu Matsuhisa lo rendesse uno dei piatti più riconoscibili della sua cucina, il black cod non era certo un pesce da conversazione comune nei ristoranti occidentali. Con il Black Cod with Miso, Nobu ha costruito un piatto diventato talmente famoso da essere replicato, citato e copiato in mezzo mondo. La ricetta gira attorno a pochi elementi: black cod, miso, mirin, sake, zucchero. Sulla carta sembra quasi una marinatura furba. Nel piatto, invece, diventa un pezzo di identità.

Il pesce viene marinato a lungo, poi cotto in modo da ottenere una superficie caramellata e un interno morbido, quasi burroso. Il risultato è dolce, sapido, grasso, elegante, molto più diretto di quanto ci si aspetterebbe da un piatto così iconico. Nobu non ha reso celebre solo il black cod, ma anche un certo modo di usare il miso fuori dai confini più tradizionali. Dopo quel piatto, la marinatura al miso è diventata una specie di linguaggio internazionale: la trovi sul pesce, sulle melanzane, sul pollo, perfino in ristoranti che con Nobu non hanno quasi nulla a che fare. È uno di quei casi in cui un ingrediente non esplode da solo, ma perché agganciato a una ricetta immediatamente riconoscibile.

Le erbe, i licheni e le formiche di René Redzepi

René Redzepi non ha scoperto il foraging, né ha inventato l’uso di erbe spontanee, licheni, bacche, muschi o insetti in cucina. Molte culture li utilizzavano già da secoli. Però il lavoro fatto al Noma ha cambiato il modo in cui il mondo dell’alta ristorazione guardava a quella dispensa. Prima molti di questi ingredienti venivano considerati marginali, difficili, strani o semplicemente non abbastanza “nobili” per un grande ristorante. Con Redzepi sono diventati grammatica: non decorazione, non provocazione fine a sé stessa, ma parte di un’identità culinaria precisa.

Il caso delle formiche è forse il più famoso, anche perché è quello che ha fatto più discutere. Usate per la loro acidità naturale, sono diventate uno dei simboli di quella cucina nordica capace di sostituire limone e agrumi con elementi trovati nel proprio territorio. Ma il discorso è più ampio. Noma ha spinto una generazione di cuochi a cercare sapore fuori dalla filiera più prevedibile: nei boschi, sulle coste, nei prodotti fermentati, nelle erbe raccolte in stagione. Redzepi non ha reso celebri le formiche come ingrediente da supermercato, ovviamente. Ha però reso famosa l’idea che anche ciò che sembrava selvatico, marginale o poco commestibile potesse diventare alta cucina, se inserito in un pensiero coerente.

La honeynut squash di Dan Barber

honeynut squash

La storia della honeynut squash è diversa dalle altre perché qui lo chef non si limita a usare un ingrediente: contribuisce proprio a farlo nascere. Dan Barber, chef di Blue Hill at Stone Barns, ha lavorato insieme al breeder Michael Mazourek della Cornell University allo sviluppo di questa piccola zucca, più concentrata, dolce e intensa rispetto alla classica butternut. Non è il solito caso dello chef che prende un prodotto già disponibile e lo rende famoso con un piatto riuscito. Qui il rapporto tra cucina e agricoltura diventa molto più stretto.

La honeynut nasce da una domanda che molti ristoranti fanno ancora troppo poco: perché selezionare gli ortaggi soltanto per resa, resistenza e distribuzione, e non anche per sapore? Dan Barber ha portato questo discorso dentro la ristorazione, mostrando che uno chef può influenzare non solo il modo in cui cuciniamo un ingrediente, ma anche il modo in cui lo coltiviamo. Il successo della honeynut squash ha aperto una conversazione più ampia sulle sementi, sulle varietà vegetali e sul ruolo dei cuochi nella filiera. In questo caso l’ingrediente diventa famoso perché racconta una cosa molto concreta: il futuro della cucina potrebbe iniziare molto prima dei fornelli, direttamente nel campo.

Il Parmigiano Reggiano secondo Massimo Bottura

Il Parmigiano Reggiano non aveva certo bisogno di Massimo Bottura per essere conosciuto. Era già uno dei prodotti italiani più famosi al mondo. La differenza è che Bottura, con le sue Cinque stagionature del Parmigiano Reggiano, ha tolto il formaggio dal ruolo più prevedibile: grattugiato sulla pasta, servito a scaglie, usato per mantecare. Lo ha trasformato in un piatto intero, costruito attorno a una sola domanda: cosa succede se non racconto il Parmigiano come ingrediente, ma come tempo?

In quel piatto non conta soltanto il sapore del formaggio. Contano le stagionature, le temperature, le consistenze, l’idea che lo stesso prodotto possa diventare demi-soufflé, salsa, spuma, aria, cialda. È un modo di trattare il Parmigiano che ha fatto scuola perché non lo ha “nobilitato” (parola che spesso si usa a caso) ma lo ha messo davanti al cliente senza vie di fuga. Tutto ruota attorno a lui. Bottura ha mostrato che un prodotto popolarissimo poteva essere raccontato con un linguaggio da alta cucina senza perdere il suo legame con la pianura, con i caseifici, con la stagionatura e con quella parte di Emilia che dentro quel formaggio ci vive davvero.

Quando un ingrediente cambia status

La cosa interessante è che questi esempi non hanno molto in comune tra loro. I paccheri appartengono alla tradizione italiana, il Parmigiano Reggiano era già un monumento gastronomico, il black cod è diventato globale grazie a una marinatura, Redzepi ha riportato attenzione su ingredienti selvatici e Barber ha lavorato direttamente sulla nascita di una nuova varietà vegetale. Eppure il meccanismo è simile: uno chef prende un ingrediente e gli cambia status.

Non basta usarlo. Bisogna costruirgli attorno un’idea abbastanza forte da restare. È questo che separa un ingrediente semplicemente presente in un menu da un ingrediente che entra nell’immaginario. A volte succede perché il piatto è buonissimo, altre perché è nuovo, altre ancora perché arriva nel momento giusto. Ma quando funziona, il risultato è evidente: quell’ingrediente non torna più esattamente com’era prima.

Ti consigliamo anche

Link copiato negli appunti