C’è chi mette il vino in cantina e chi lo butta in mare

In Galizia alcune bottiglie di Albariño hanno trascorso oltre 15 anni a 20 metri di profondità. Ora sono tornate in superficie.

C’è chi mette il vino in cantina e chi lo butta in mare - immagine di copertina

C’è chi il vino lo mette in cantina e chi, evidentemente, preferisce complicarsi la vita: in Galizia alcune bottiglie di Albariño sono finite direttamente in mare, a circa 20 metri di profondità, sotto una batea per l’allevamento delle cozze. E lì sono rimaste per oltre quindici anni. Non è una leggenda da enoteca né una trovata pubblicitaria costruita a tavolino: è un vero esperimento su un vino invecchiato in mare, pensato per capire cosa succede quando al posto di legno, cemento e scaffali entrano in gioco buio, pressione, temperatura costante e movimento dell’Atlantico. Ora quelle bottiglie sono tornate in superficie, e il risultato è parecchio più interessante del semplice “sa di mare”.

A quel punto la domanda era abbastanza inevitabile: dopo quindici anni passati in fondo al mare, cosa diavolo è successo al vino?

Lo Sketch non è esattamente un vino qualsiasi

Prima del mare bisogna parlare di quello che c’è dentro la bottiglia. Sketch è un Albariño nato dalla collaborazione tra Raúl Pérez e Rodrigo Méndez, vignaiolo galiziano di Forjas del Salnés. Le uve arrivano dal Salnés, territorio delle Rías Baixas affacciato sull’Atlantico, e il vino viene fermentato e affinato in grandi botti usate, proprio per evitare che il legno finisca per coprirne il carattere.

È un bianco prodotto in quantità molto piccole e già piuttosto ricercato senza bisogno di calarlo nell’oceano. A seconda dell’annata e del mercato, Sketch può superare tranquillamente i 100 euro a bottiglia: una recente offerta spagnola per l’annata 2020, per esempio, lo propone a circa 110 euro.

Ma per le bottiglie rimaste quindici anni sotto la ría il discorso sul prezzo diventa quasi inutile. Non sono in vendita. Il progetto è nato come esperimento e le bottiglie recuperate resteranno fuori dal mercato. In pratica la versione più rara dello Sketch è anche quella alla quale non basta presentarsi con la carta di credito.

Perché mettere un Albariño sotto una batea di cozze

L’idea nasce da Raúl Pérez, uno degli enologi spagnoli più conosciuti, insieme a Rodrigo Méndez. I primi esperimenti nella ría risalgono alla fine degli anni Duemila e nel 2010-2011 alcune bottiglie furono lasciate sott’acqua per quella che sarebbe diventata una prova decisamente più estrema.

Il luogo non è casuale. Le bottiglie sono state sistemate sotto una delle bateas della ría de Arousa, le grandi piattaforme galleggianti utilizzate soprattutto per l’allevamento dei mitili. Sotto, a una ventina di metri, l’ambiente è molto diverso da qualsiasi cantina: niente luce, temperatura relativamente stabile, pressione elevata e un movimento dell’acqua praticamente continuo.

Sulla carta sembrano condizioni interessanti per far evolvere lentamente un vino. Nella pratica, però, c’è un dettaglio non proprio trascurabile: una bottiglia di vino non nasce per trascorrere quindici anni in fondo all’Atlantico. Ed è proprio qui che l’esperimento diventa interessante.

Cosa è successo dopo quindici anni

Quando le bottiglie sono state riportate in superficie, la risposta non è stata semplicemente “il vino è diventato migliore”, Rodrigo Méndez ha spiegato che con queste lunghe permanenze sott’acqua il risultato può cambiare parecchio da una bottiglia all’altra: capita che su cinque, sei o dieci bottiglie recuperate ne esca una buona, nessuna oppure tre. Dopo così tanto tempo entrano in gioco il tappo, la tenuta della bottiglia, la pressione e una quantità di variabili difficili da controllare.

Quelle assaggiate durante il recupero del settembre 2026 hanno però dato risultati positivi. Pérez ha parlato di una buona evoluzione, mentre prima dell’apertura si aspettava un vino capace di mantenere freschezza e sviluppare maggiore complessità, con sensazioni saline e aromatiche particolarmente marcate. Ed è forse questa la cosa più affascinante: quindici anni nello stesso punto non hanno necessariamente prodotto quindici anni della stessa evoluzione.

Quindi il mare entra davvero nel vino?

No, almeno non nel modo in cui viene spontaneo immaginarlo. Se aprendo la bottiglia trovassimo acqua dell’Atlantico mescolata allo Sketch non avremmo inventato una nuova tecnica di affinamento ma avremmo semplicemente una bottiglia che non ha tenuto.

Il mare modifica soprattutto l’ambiente nel quale il vino evolve. Pressione, oscurità, temperatura e movimento creano condizioni molto diverse da quelle di una cantina tradizionale. Alcuni studi sulla conservazione subacquea hanno effettivamente riscontrato differenze chimiche e sensoriali rispetto alle stesse tipologie di vino conservate sulla terraferma, ma non esiste una semplice equazione per cui “più profondità uguale vino migliore”.

Anche la famosa salinità va interpretata con cautela. Sketch possiede già naturalmente un profilo marino e salino legato al territorio da cui provengono le uve. Non significa che dopo quindici anni il vino abbia assorbito sale attraverso il vetro come una spugna.

Una cantina in cui non puoi controllare quasi niente

È probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’intero progetto. Una cantina nasce per eliminare il maggior numero possibile di variabili. Qui succede quasi il contrario.

Il vino è stato lasciato a circa venti metri sotto la ría per oltre quindici anni e nessuno poteva sapere con certezza cosa sarebbe tornato su. Le circa 1.200 bottiglie legate al progetto non diventeranno una costosissima edizione limitata da mettere all’asta: non sono destinate alla vendita.

Forse è anche meglio così. Perché altrimenti saremmo inevitabilmente finiti a discutere se valesse la pena spendere una cifra folle per un Albariño che ha passato quindici anni sotto un allevamento di cozze. E sappiamo già che qualcuno avrebbe risposto di sì.

tags: Vino

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