Amaro, grappa o limoncello? Dimmi cosa bevi dopo cena e ti dirò chi sei

Amaro, limoncello, grappa o sambuca: il tuo ammazzacaffè potrebbe dire molto di te.

Amaro, grappa o limoncello? Dimmi cosa bevi dopo cena e ti dirò chi sei - immagine di copertina

C’è sempre qualcuno, in un gruppo di amici, che si improvvisa psicologo. Magari quello che ha fatto due esami all’università, quello che è in terapia da una vita o quello che si informa unicamente su Instagram e, quando gli racconti dell’ultima frequentazione finita malissimo, inizia a elencarti tutte le red flag che avresti dovuto cogliere immediatamente.

Bene, tutto questo preambolo per dirvi che oggi quell’amica un po’ psicologa voglio interpretarla io.

Perché l’ultima volta che sono stata a cena con un bel gruppone di persone si è insinuato in me un dubbio: c’è una logica dietro la scelta dell’ammazzacaffè? Cioè, perché ci sono persone che guardi a inizio cena e sai già come termineranno il loro pasto? E soprattutto: possibile che queste cose le noti solo io?

Ho bisogno di un confronto diretto con tutti voi ed è per questo che oggi scrivo questo articolo: per capire se la logica che ho trovato è totalmente folle o se c’è un fondo di verità. Ovviamente non c’è alcuna base scientifica in quello che sto per dire. Non ho sottoposto un campione rappresentativo della popolazione italiana a un test della personalità per poi confrontare i risultati con il numero di limoncelli bevuti nell’ultimo anno. Ho semplicemente osservato delle persone a cena. E qualcosa, secondo me, torna.

Poche certezze, ma solidissime. La logica di chi sceglie sempre lo stesso amaro

La categoria da cui mi sembra più giusto iniziare è quella degli abitudinari. Quelli che, alla fatidica domanda “Ammazzacaffè?“, rispondono con granitica fermezza con il nome del loro amaro preferito. Non hanno bisogno di sapere cos’altro c’è. Non guardano la bottigliera. Non chiedono consiglio. Sanno già. Le certezze nella loro vita sono pochissime e guai a metterle in discussione.

In un momento non meglio precisato della loro vita adulta hanno avuto l’imprinting con quell’amaro e hanno scelto di non restare delusi provando altro. Basta così, grazie.

Si potrebbe dire che tutta questa fedeltà sia paura del cambiamento, ma in realtà non si tratta solo di questo: si tratta di strategia conservativa. In fondo, perché cambiare qualcosa che funziona a meraviglia?

L’indeciso deve conoscere tutte le opzioni a sua disposizione prima di scegliere

All’estremo opposto c’è chi non potrebbe mai ordinare qualcosa senza prima conoscere tutte le alternative possibili. Lui è l’amico che inizia un hobby diverso al mese, quello che non si fidanza mai, quello che ha un’unica certezza: scegliere qualcosa significa rinunciare a qualcos’altro. E lui questo pericolo non vuole affrontarlo. Un dilemma che vale per tutto, persino, appunto, per l’amaro.

L’indeciso domanda e il cameriere risponde: Averna, Montenegro, Cynar, Fernet, Jefferson, Amaro del Capo, uno locale alle erbe raccolte nelle notti di luna calante, uno prodotto da tre fratelli in un garage dell’Appennino e una bottiglia senza etichetta che il proprietario ha ricevuto da un signore tanto caro che si chiama Tonino.

Lui ascolta tutto. Annuisce. Fa anche una domanda. Poi prende “il primo che hai detto“.

L’amaro artigianale e il bisogno di sentirsi un po’ speciali

Mentre il cameriere sciorina l’elenco per l’indeciso, qualcuno, in silenzio, ascolta. Appena sente parlare di amaro artigianale alle erbe raccolte nelle notti di luna calante, si illumina. Poi sente nominare Tonino e si emoziona.

Qui entriamo in un territorio psicologico più complesso, perché la curiosità potrebbe essere assolutamente autentica. Magari gli piace davvero assaggiare cose nuove. Magari vuole scoprire un prodotto locale. Tutto legittimo. Il problema arriva trenta secondi dopo, quando ti deve spiegare nel dettaglio il perché della sua scelta. Sì, perché ormai trova “troppo dolci” gli amari commerciali, troppo “banali“. Lui si annoia di fronte alla banalità, è un essere speciale. L’amaro per lui non è solo un amaro. È l’ennesima occasione per costruire la sua precisa e personale identità. Lui, unico nel suo genere, perfetta creatura in un mondo di automi.

Il limoncello è per chi non vuole accettare che la serata sia finita

Il limoncello è chiaramente la scelta dei gaudenti. Coloro che non hanno alcuna intenzione di andare a casa: la notte è giovane, perbacco! E il gioco vale soprattutto quando, al posto del singolo cicchetto, arriva direttamente la bottiglia con tanti bicchierini quanti sono i commensali, pure quelli che avevano detto di non volere nulla. Dopo il primo giro, ne parte inevitabilmente un altro e, chissà com’è, la conversazione vira verso lidi finora inesplorati. Impossibile andare a casa a quel punto.

Il bevitore di limoncello è quindi, nella mia personalissima tassonomia, un ottimista sociale. È convinto che ci sia sempre spazio per altri venti minuti, che poi diventano quaranta, che poi diventano altre due ore. Ha difficoltà con le conclusioni e non vive il dopopasto come la fine della cena, ma come una fase autonoma della serata. Con lui è bene specificare a inizio serata le tue intenzioni, perché se speri che sia lui a pronunciare quel “Vabbè, dove hai parcheggiato tu?“, stai fresco.

Grazie a tutti, ma preferisco andare a casa. Una grappa per favore

Con la grappa cambia l’energia. Se il bevitore di limoncello è un Golden Retriever, chi ordina grappa è un Pastore Tedesco. Il paragone con i cani è arrivato spontaneo, non me ne vogliate.

Torniamo a noi: chi ordina una grappa non sembra voler prolungare niente. Vuole chiudere. Non c’è bisogno di ghiaccio, fettine di limone, erbe misteriose o rituali particolari. C’è un bicchiere piccolo e dentro c’è qualcosa di forte. Punto.

Mi piace pensare che dietro la grappa si nasconda una personalità estremamente concreta. Solida. Decisa. Una di quelle persone che, davanti a un problema, vuole arrivare immediatamente al punto e che probabilmente vive con un certo fastidio tutto ciò che percepisce come sovrastruttura. Una di quelle che, di fronte a un vocale di tre minuti, risponde col pollicione.

Poi esiste la grappa barricata, che è psicologicamente ancora più interessante. Perché conserva tutta questa concretezza, ma ci aggiunge un piccolo desiderio di ribellione. Controllata, beninteso.

Il sentimentale ordina mirto

Il mirto ha una capacità quasi inquietante di attivare la memoria autobiografica. Chi lo ordina o è sardo, o è stato in Sardegna da bambino, o è stato in Sardegna a luglio e giura di aver assaggiato il mirto più buono della sua vita.

Peccato che il mirto che gli porteranno in quell’occasione non sarà mai uguale a quello conservato gelosamente nei suoi ricordi. Te lo comunicherà sottovoce, con l’espressione contrita di chi si è visto scivolare via l’amore della sua vita per un’incomprensione che non ha saputo sanare.

Qui l’ammazzacaffè diventa un oggetto sentimentale.

Il whisky e l’importanza della degustazione

Sul whisky ho una teoria precisa: chi lo ordina dopo cena ha bisogno di concedere una certa importanza al momento. Sì, perché il whisky non si manda giù velocemente. Si prende il bicchiere, si guarda, si annusa. Ci si appoggia allo schienale. Improvvisamente anche parlare dell’ultima riunione di condominio assume una profondità diversa. E mentre gli altri stanno dividendo il conto alla romana, il bevitore di whisky guarda tutti con una saggezza diversa.

È una bevanda perfetta per chi possiede una certa tendenza a rendere teatrale la propria esistenza. E non lo dico necessariamente come un difetto, anzi. Effettivamente è affascinante vedere come cambia il suo sguardo.

Sambuca: il fascino del vintage

Ho grande rispetto per chi ordina sambuca senza alcuna esitazione. Perché la sambuca richiede una qualità che nel mondo di oggi è sempre più rara: l’impermeabilità al giudizio altrui.

Chi la beve non sembra particolarmente interessato a sapere se in questo momento sia considerata elegante, démodé, tornata di moda o mai realmente scomparsa. Gli piace. La ordina. Fine. È una sicurezza che spesso arriva soltanto quando si smette di costruire ogni scelta pensando a come verrà percepita. Vestiti, musica, posti in cui andare, cose da bere: a un certo punto alcune persone raggiungono uno stato superiore dell’esistenza in cui non devono più dimostrare di avere buon gusto. Ah, che pace interiore.

Caffè corretto: perché scegliere?

Il caffè corretto è meraviglioso dal punto di vista psicologico perché elimina un’intera fase decisionale.

Caffè o ammazzacaffè? Sì.

È la scelta di chi guarda due esigenze apparentemente separate e non capisce perché non possano essere risolte contemporaneamente. Una mentalità orientata all’efficienza, potremmo dire. Chi sceglie il caffè corretto riesce normalmente a fare tre cose insieme. Non ha tempo da perdere: lui non vive, ottimizza. Forte.

“No grazie, solo il caffè”: psicologicamente è già a casa in pigiama

Infine c’è lui. Mentre il tavolo discute animatamente di grappe, amari, limoncelli e bottiglie misteriose prodotte da Tonino, dice semplicemente: “Per me un caffè“.

Non giudicatelo. È stanco. Si è svegliato alle 6, ha incastrato otto attività per essere a cena con voi puntuale alle 21. Ora, per favore, lasciatelo andare. Il caffè gli servirà solo a rimanere sveglio durante il tragitto ristorante-casa. Smetto di parlare altrimenti lo sveglio, poverino, sta già dormendo.

Quindi l’ammazzacaffè rivela davvero chi siamo?

Probabilmente no. O almeno spero di no, perché vorrebbe dire che da qualche parte esiste uno psicologo pronto a diagnosticarmi qualcosa sulla base del fatto che io, ve lo svelo solo ora, bevo sempre lo stesso amaro.

Però continuo a pensare che nelle piccole scelte automatiche qualcosa di noi venga fuori. Soprattutto quando siamo a tavola, abbiamo già mangiato, siamo rilassati e non abbiamo nessun particolare motivo per ragionare troppo su quello che stiamo facendo.

Ora però serve il confronto che cercavo all’inizio: voi cosa ordinate dopo cena?

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