Recensisco cose sul cibo: i festival dello street food

I festival dello street food promettono panini, birre e serate all'aperto. La realtà è fatta anche di gettoni avanzati, tavoli sporchi, file interminabili, salse accumulate come fossero un investimento e cicalini che suonano sempre nel momento sbagliato.

Recensisco cose sul cibo: i festival dello street food - immagine di copertina

Quando te li propongono in una normale mattina di lavoro, mentre sei alle prese con call e file Excel, i festival dello street food sembrano esattamente ciò di cui hai bisogno per passare un bel venerdì sera. Un po’ di aria aperta, qualcosa di buono da mangiare, due chiacchiere con gli amici. Sembra un piano perfetto.

Poi arriva il momento e capisci perché hanno scelto di dirtelo proprio allora: con più lucidità, e con il tempo di fare due conti, probabilmente ti saresti inventato una scusa.

Ormai però ci sei. Passerai un tempo imprecisato a cercare di capire come funziona la fila per i token, poi quella per la birra e infine a cercare un tavolo pulito. Presto non importerà più che sia pulito: l’importante è che sia libero. Presto non importerà nemmeno più quello. Finirai per apprezzare l’idea del tavolo sociale da condividere con tre ragazzini che continuano a saltellare sulla panca di legno traballante, mentre tu, in bilico con mezza chiappa nel vuoto, cerchi di non rovesciarti tutta la salsa sulla maglietta.

La bella stagione è anche la stagione dei festival dello street food. E quindi chi siamo noi per non parlarne e per non recensirne tutto? Pronti, partenza, via.

I token

Mi è capitato di andarci anche con chi al liceo classico aveva 10 in matematica (praticamente un genio): niente, non esiste alcuna combinazione di gettoni che corrisponda esattamente a quello che consumerai. Alla fine ne avanzano sempre due, inutilizzabili per qualsiasi cosa. Inutile rimuginarci troppo: volevi fregare il sistema, ma è lui che ha fregato te.

Voto: 3 su 10. Truffa legalizzata a forma di dischetto colorato.

Il panino straunto

Quando lo scegli, sai già che tra quattro ore dovrai farci i conti. Eppure la prospettiva della tisana digestiva alle 4 di mattina non ferma la voglia di quel mix di salse, formaggio fuso e carne che riesce sempre a convincerti.

Voto: 8 su 10. Il gioco vale la candela

Le patatine fritte

Non le vuole mai nessuno. Il più lungimirante del gruppo le prende lo stesso e tutti finiscono per mangiarle. Effettivamente sono l’unico alimento che mette d’accordo vegani, carnivori e gente che dice di essere a dieta.

Voto: 9 su 10. Democratiche.

I prodotti artigianali

La quota indie del posto: l’azienda a conduzione familiare con un buon reparto marketing che ti vende un vasetto di confettura alle susine a 12 euro. Se sei abbastanza smart, assaggi quello che ti offrono e ti allontani sorridendo.

Voto: 5 su 10. Tutto buono per carità, ma lo storytelling a volte non giustifica i prezzi.

Il Miglior Hamburger 202*

Altezzoso e arrogante, il talloncino “Miglior hamburger” ti fa capire che quello che stai per comprare per ben 4 token non è un semplice hamburger, no. È un’esperienza. Il disagio è constatare a volte che l’abbinamento scelto non è buono tanto quanto speravi.

Voto: 4 su 10. Quanta superbia.

L’olio per friggere

Lo vedi scuro, densissimo mentre ci immergono le patatine. Forse arriva da un’epoca lontana, quando i controlli erano una roba da ragazzini. Speri di non sentirti male, ma ormai è andata così.

Voto: 2 su 10. Ha visto cose che voi umani

I tavoli lerci

Trovi finalmente posto. Appoggi l’avambraccio e senti immediatamente che qualcosa non va. Briciole, unto, forme di vita inquietanti hanno per sempre contaminato anche te. Probabilmente, però, tutto questo arriva dopo mezz’ora di ricerca di un posto dove sederti, quindi accetti il compromesso e chi s’è visto, s’è visto.

Voto: 1 su 10. Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Le panche

Sempre troppo lontane dal tavolo o troppo basse. Traballano in modo inquietante quando qualcuno si muove. Sono oggettivamente scomode, ma pur sempre un’ancora di salvezza quando vuoi solo sederti e porre fine alla serata.

Voto: 5 su 10. Alla fine, c’è di peggio.

Le salse

L’unica cosa veramente gratuita del festival. Ne chiedi sempre più del necessario, le infili in borsa e ti sembra di aver compensato la spesa per la serata. In fondo, non comprerai ketchup e maionese per un’intera settimana.

Voto: 8/10. Spesa proletaria.

La fila per la birra

Non sai quando inizia, non sai quando finisce. Nemmeno la fila per un concerto è così lunga. I più svegli fanno le file separate: tu prendi da mangiare, io prendo da bere. Solo raramente ho visto funzionare la strategia.

Voto: 2 su 10. Una prova di pazienza che fallirai miseramente.

Lo stand vegan

In mezzo a pulled pork, porchetta e arrosticini compare lui, discreto e tenace. Un piccolo presidio verde circondato da carnivori affamati. Tanto di cappello per la resilienza.

Voto: 7 su 10. L’unicorno del festival gastronomico.

Gli arrosticini

Veri, diretti, abruzzesi. Gli arrosticini sono la certezza in mezzo a un mare di abbinamenti assurdi e proposte fin troppo gourmet. In fondo, bastano solo carne e brace.

Voto: 10 su 10. Eterni.

Il pulled pork

Ha dominato gli anni Dieci del 2000 e continua a essere ovunque. Te lo propongono sempre con troppo entusiasmo, probabilmente immotivato. Non che non sia buono eh, ma voliamo basso dai.

Voto: 6 su 10. C’è di meglio.

Il cicalino

Lui ti dirà quando è pronto il tuo ordine. Lui suonerà e ti avviserà a tempo debito. Passano quaranta minuti di silenzio assoluto, cominci a chiederti se ne hai preso uno difettoso. Decidi comunque di aspettare un altro po’ e inizi una conversazione seria. A quel punto, e solo a quel punto, lui emetterà il suono più aggressivo della storia dell’elettronica.

Voto: 3 su 10. Sempre fuori tempo.

 

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