Ci sono situazioni che, normalmente, basterebbero a farci passare la voglia di andare a mangiare da qualche parte. Fare tra i 30 e i 50 chilometri in macchina, parcheggiare in un campo, aspettare un tempo indefinito per una porzione di pasta per poi magari scoprire, una volta arrivato il nostro turno, che proprio il piatto che volevamo è finito.
Poi, a un certo punto, succede una cosa che meriterebbe uno studio antropologico a parte. Basta sapere che da qualche parte, più o meno vicino a noi, c’è una “sagra di *scegli un alimento qualsiasi, se ha un nome strano o insolito tanto meglio*” perché un istinto atavico prenda il sopravvento e ci spinga a scrivere subito su quel gruppo WhatsApp per coinvolgere quante più persone possibile nella stessa follia.
Sì, perché non fa niente se di solito gli gnocchi li ignori e non importa se fino a oggi il fascino della Cipolla di Cannara ti era completamente sfuggito: se c’è scritto “Sagra di…”, ogni capacità logica e di giudizio si annulla e partecipare a questo particolare rito sociale diventa inevitabile. Non importa nemmeno che il paese in questione ti fosse completamente sconosciuto fino a cinque minuti prima: hai già impostato Google Maps.
Del resto, in Italia siamo riusciti a dedicare una sagra praticamente a qualsiasi cosa sia commestibile. Prodotti tipici, ortaggi, formaggi, primi piatti e preparazioni estremamente specifiche. Se qualcosa si può coltivare, raccogliere, cucinare o mettere dentro un panino, da qualche parte c’è quasi sicuramente una Pro Loco pronta a celebrarla.
E visto che settembre è mese di sagre, c’è un dovere civico che ci chiama e a cui siamo assolutamente pronti a rispondere. Perciò iniziamo a recensire tutto.
Sommario
- Il piatto che dà il nome alla sagra
- La signora che impiatta
- Il volontario adolescente
- La Pro Loco
- Il piatto che finisce alle 21:12
- La ricetta segreta della nonna di qualcuno
- La disputa sulla ricetta originale
- La porzione della sagra
- Il tris di primi
- La specialità completamente fuori stagione
- Il nome iperspecifico della specialità
- La pentola gigante
Il piatto che dà il nome alla sagra

È il motivo per cui sei lì. Hai fatto 47 chilometri, parcheggiato in un campo che fino a ieri ospitava probabilmente delle pecore e coinvolto altre cinque persone in questa spedizione: a questo punto gli “Gnocchi al Sugo di Castrato” devono essere buoni per forza. Non è nemmeno più una questione di gusto, ma di autoconservazione. Puoi aver mangiato una cosa assolutamente normale, ma dopo tutto quello che hai fatto per arrivarci ammetterlo sarebbe una sconfitta.
Voto: 9/10. Ne vale per forza la pena.
La signora che impiatta
È una presenza mitologica le cui origini sono ignote. Sai che rimarrà allo stesso posto, indefessa a servire porzioni su porzioni, per tutta la durata della sagra. Non pesa, non misura, non conta: un mestolo, una manciata, una spolverata e avanti il prossimo. Dopo 600 piatti conserva una precisione di esecuzione invidiabile.
Voto: 10/10. Una macchina da guerra.
Il volontario adolescente
Nonostante il nome, non ha realmente una volontà. Non ha scelto di essere lì. A giudicare dall’espressione, aveva programmi molto diversi per quel sabato sera, ma qualcuno della sua famiglia fa parte della Pro Loco e certe cose, nei piccoli paesi, evidentemente si ereditano, tipo le maledizioni dei film horror.
Il suo fare ciondolante attira la tua attenzione e, per quanto ti faccia pena, non puoi fare a meno di commentare con un certo fastidio gli adolescenti di oggi. Notizia shock: sono proprio queste le cose che ti fanno capire che stai invecchiando.
Voto: 5/10. Lo specchio della tua crescente insofferenza.
La Pro Loco
Per undici mesi all’anno non hai ben chiaro cosa faccia. Poi arriva la sagra e scopri che è perfettamente in grado di trasformare un parcheggio, una piazza, un campo sportivo in una macchina efficientissima, capace di sfornare centinaia di porzioni di amatriciana nel giro di poche ore. Il tutto grazie a pensionati, adolescenti reclutati in famiglia, pentole grandi quanto vasche da bagno e un’organizzazione degna di una grande multinazionale.
Voto: 10/10. Inspiegabilmente funziona.
Il piatto che finisce alle 21:12
Naturalmente è quello per cui sei arrivato fin lì. Lo hai letto sul menu della locandina, ne hai parlato per tutto il viaggio e hai già deciso cosa ordinare ancora prima di parcheggiare. L’entusiasmo evapora nel momento in cui arriva il tuo turno e scopri che non ce n’è più. Sono le 21:12. La sagra è iniziata alle 19:30.
Voto: 0/10. Metafora delle ingiustizie della vita.
La ricetta segreta della nonna di qualcuno

Gli ingredienti, più o meno, li conoscono tutti. Il procedimento pure. Eppure c’è sempre un passaggio, una proporzione o un ingrediente che non può essere rivelato perché appartiene alla ricetta originale della nonna di qualcuno. Non sai chi sia questa nonna, quando abbia vissuto né soprattutto perché abbia deciso di affidare il proprio patrimonio gastronomico alla Pro Loco, ma ormai la sua autorevolezza è stata stabilita e non resta che rispettarla.
Voto: 8/10. Non fare domande.
La disputa sulla ricetta originale
Il problema della ricetta della nonna è che, molto probabilmente, nel paese ce ne sono almeno altre sei. Basta chiedere come si prepara davvero la specialità locale a 4 o 5 vecchine per scoprire che ogni famiglia ha una versione leggermente diversa e considera tutte le altre un errore tramandato per generazioni. La differenza può essere una spezia, dieci minuti di cottura o mezzo cucchiaio di qualcosa. Se vuoi mantenere la pace, evita di tirar fuori l’argomento.
Voto: 3/10. Dai, non litigate.
La porzione della sagra
Non esiste uno standard. La quantità dipende dal mestolo, dalla stanchezza di chi serve e da una serie di variabili che nessuno ha mai formalizzato. Di solito comunque è esagerata, abbondante, estrema. Se decidi di fare doppietta è a tuo rischio e pericolo.
Voto: 7/10. Ma che ti frega della dieta!
Il tris di primi
Nasce con un intento nobile: perché scegliere un solo piatto quando puoi assaggiarne tre? In realtà, il CEO della Pro Loco che organizza la sagra ha calcolato tutto. Paghi un pelino di più e ti illudi di poterti saziare facendo la fila una volta sola, ma la quantità è decisamente esigua. Quindi, alla fine, ti ritrovi comunque a dover scegliere qualcos’altro e a spendere di più.
Voto: 3/10. L’avidità pagata a caro prezzo.
La specialità completamente fuori stagione

Fuori ci sono 36 gradi, hai la maglietta incollata alla schiena e stai mangiando qualcosa che in qualsiasi altro momento assoceresti a una domenica di gennaio con il camino acceso. Ma quella è la specialità del paese e la sagra si tiene ad agosto, quindi evidentemente il problema è tuo, solo ed esclusivamente tuo. Se per celebrarla bisogna affrontare polenta, ragù e mezzo chilo di carne con temperature tropicali, lo si fa senza discutere.
Voto: 5/10. Tutto bello, ma il riscaldamento globale complica sempre di più le cose anno dopo anno.
Il nome iperspecifico della specialità
Non è pasta al sugo. Sono strozzapreti alla maniera della contrada di sopra con pomodoro della valle e ricotta salata del monte. Magari, una volta nel piatto, sono effettivamente pasta al sugo. Alle sagre, più una descrizione sembra circoscritta a un raggio di quattro chilometri, più diventa irresistibile.
Voto: 9/10. Il marketing territoriale ha vinto.
La pentola gigante
Alle sagre, le pentole hanno dimensioni che normalmente associamo alla ristorazione militare e dentro ci sono quantità di sugo, pasta o carne difficili da elaborare mentalmente. Poi arriva qualcuno con un mestolo lungo mezzo metro, mescola tutto con assoluta tranquillità e improvvisamente capisci che quelle 900 persone verranno davvero sfamate.
Voto: 10/10. Dimensioni rassicuranti e inquietanti insieme.