Rage bait culinario: cucinare malissimo sui social per attirare l’attenzione

Il rage bait trasforma rabbia e indignazione in attenzione online. Dai post provocatori ai video di cucina, il meccanismo è sempre simile: qualcosa ci infastidisce, reagiamo e il contenuto continua a circolare.

Rage bait culinario: cucinare malissimo sui social per attirare l’attenzione - immagine di copertina

Mettere una scatoletta di tonno intera sopra quattro foglie d’insalata e versare l’olio senza troppi pensieri, è piuttosto facile. E sui social funziona anche bene, specie se la scatoletta di tonno viene schiaffata nell’insalatiera con una certa cattiveria. Sì, perché sui social continuano a girare video costruiti intorno a ricette discutibili in grado di far partire centinaia di commenti indignati nel giro di pochi minuti. Dietro questo piccolo caos digitale c’è un nome preciso: rage bait. Nel 2025 Oxford l’ha scelta come parola dell’anno, dopo aver registrato un uso triplicato rispetto ai dodici mesi precedenti. Nel 2026 il termine continua a raccontare molto bene quello che vediamo ogni giorno online. Schiscette tristi e cibo congelato condito male, al posto di politica e grandi discussioni.

Rage bait: che cosa significa davvero

Rage bait significa letteralmente “esca della rabbia” e indica un contenuto creato apposta per infastidire, provocare o indignare chi lo guarda. Lo scopo è semplicissimo, ottenere una reazione. Un commento arrabbiato, una condivisione per criticare, qualcuno che tagga un amico scrivendo che quella cosa non si può vedere. Per chi pubblica è tutto positivo: interazioni, condivisioni, like e commenti. Oxford descrive proprio così il fenomeno: contenuti frustranti, provocatori oppure offensivi usati per aumentare traffico e coinvolgimento online. È un meccanismo vicino al clickbait, con una differenza abbastanza evidente. Il clickbait cerca di farti entrare per curiosità. Il rage bait preferisce farti entrare già nervoso.

Da una parola del 2002 ai video che invadono i social

Il termine non è nato con TikTok. Oxford ne fa risalire la prima apparizione online al 2002, in un messaggio pubblicato su Usenet, dove veniva usato parlando di una provocazione tra automobilisti. Con il tempo il significato si è spostato sul web e ha iniziato a indicare post, tweet e contenuti costruiti per far partire discussioni e litigi. Poi sono arrivati TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts, e il formato ha trovato un ambiente perfetto: i video brevi. E come sappiamo da veri italiani nel cibo pasta poco per scatenare l’inferno. Una carbonara massacrata, una quantità sospetta di olio o una ricetta assemblata con grande libertà possono trasformare trenta secondi di video in una discussione nazionale.

Il vero motore è la provocazione

Il punto non è convincerti che quella ricetta sia buona. Spesso è quasi il contrario. Il contenuto deve farti fermare e pensare che qualcuno, da qualche parte, debba intervenire immediatamente. La negatività ha un vantaggio abbastanza concreto online: attira attenzione. Una ricerca pubblicata su Nature Human Behaviour, basata su milioni di impressioni e clic, ha trovato che l’aggiunta di parole negative nei titoli aumentava la probabilità di apertura di un contenuto. Altri studi mostrano come rabbia e indignazione possano trovare terreno fertile nelle dinamiche dei social e nelle forme di visibilità basate sull’interazione. Tradotto nella vita quotidiana: mentre scrivi un commento per spiegare a uno sconosciuto perché quella pasta è un crimine contro il buon senso, hai già fatto esattamente quello che quel creator voleva.

Come riconoscere il rage bait prima di cascarci

Difficile non riconoscerli, ma ecco a che cosa devi prestare attenzione. Il contenuto mostra un errore talmente evidente da sembrare quasi studiato, esaspera una situazione semplice oppure utilizza frasi assolute per spingere chi guarda a schierarsi. Nei video culinari può essere un gesto fatto nel modo più discutibile possibile, una quantità spropositata di un ingrediente o una ricetta che non copierebbe nessuno. Anche clip tagliate, informazioni senza contesto e titoli estremi possono avere la stessa funzione. Non significa che ogni video brutto sia rage bait. Il sospetto arriva quando l’errore smette di sembrare casuale, come può essere una lasagna bruciata, e diventa il protagonista.

«Preparo il pranzo a mio marito»: il caso Claudia Landi

Preparo il pranzo per mio marito

E qui arriviamo a uno degli esempi che il nostro algoritmo sembra aver deciso di non farci dimenticare. Claudia Landi è diventata virale con i video di «Preparo il pranzo a mio marito», una serie di schiscette preparate con quello che c’è: insalata, tonno, avanzi, riso, carne e combinazioni alquanto discutibili. A settembre 2026 Landi raccontava di avere quasi 200 mila follower su TikTok. Il pubblico si divide tra chi critica i suoi pranzi, chi si riconosce nella stessa normalissima lotta contro il frigorifero e chi ormai guarda semplicemente per vedere che cosa finirà nel contenitore quel giorno.

Il collegamento con il rage bait viene quasi naturale, anche senza stabilire che ogni suo video sia progettato con questa intenzione. La preparazione poco patinata rompe completamente con il cibo perfetto che siamo abituati a vedere sui social e scatena reazioni immediate. Ed è proprio lì che nasce lo spettacolo: metà del contenuto è nella schiscetta, l’altra metà nei commenti. Dopo un po’ non si guarda più per sapere che cosa mangerà il marito. Si guarda per assistere alla reazione collettiva quando compare l’ennesimo pranzo lanciato nel contenitore.

Quando anche una schiscetta diventa un fenomeno social

Il rage bait esiste da molto prima delle ricette preparate davanti alla fotocamera, ma i social gli hanno dato una casa piuttosto comoda. Nel 2025 Oxford l’ha scelta come parola dell’anno proprio perché il termine raccontava un modo sempre più riconoscibile di conquistare attenzione online.

Nel mondo del cibo il meccanismo diventa ancora più evidente, perché tutti abbiamo un’opinione su come si cucina una pasta, si condisce un’insalata o si prepara il pranzo del giorno dopo. Basta toccare una di queste certezze e i commenti partono. Claudia Landi, volontariamente o meno, ne è un esempio perfetto: una schiscetta, qualche avanzo e migliaia di persone improvvisamente molto interessate al pranzo di un pover’uomo che probabilmente voleva soltanto andare a lavorare.

tags: Cibo Tiktok

Ti consigliamo anche

Link copiato negli appunti